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Siria, Stoccolma, Egitto: fine settimana di sangue nella perdurante incertezza globale

L’attuale incertezza e tensione globale suggeriscono due considerazioni, su due piani differenti. Il primo è a proposito della dimensione nazionale. La seconda questione, che è il cuore del problema, per essere affrontata richiederebbe un globale dialogo di civiltà e di sviluppo. Quello che Papa Francesco non si stanca di proporre

Stoccolma, 7 aprile: camion sulla folla

Il cruento fine settimana di sangue in corrispondenza della Domenica delle Palme, dalla Siria, alla Svezia, all’Egitto, conferma quanto sia difficile trovare un bandolo nella matassa delle relazioni internazionali. È ormai evidente che il racconto e gli interessi della globalizzazione a propulsione finanziaria, che salta di bolla in bolla, e a cultura liberista mostrano la corda, producono incertezza e non evitano i conflitti, che anzi proliferano. I conflitti cosiddetti dimenticati, ma cruentissimi, come in Congo, il terrorismo jihadista internazionale che ormai si annida stabilmente in molti contesti europei, e le guerre per procura, come in Siria.

Conflitti intrecciati, mentre le politiche si rinazionalizzano, nella perdurante incertezza globale.

Le mosse della presidenza Trump, che ancora ovviamente deve svilupparsi e assestarsi, mostrano con evidenza questa incertezza a molteplici dimensioni: imprevedibile e determinato, attentissimo alla dimensione comunicativa, sembra non dare punti di riferimento, coerentemente peraltro con il programma di affermazione della primazia americana.

Questa incertezza e tensione globale, nella perdurante instabilità finanziaria, suggeriscono due considerazioni, su due piani differenti.

Il primo è a proposito della dimensione nazionale. In una situazione incerta l’interesse nazionale è il più immediato e primo riferimento. Quello che può essere chiaro per gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, assume valore diverso cambiando la scala degli Stati, solo poche decine dei quali, quelli che fatturano più delle grandi multinazionali, possono permettersi di averlo. Come l’Italia, appunto. Che ha una taglia necessaria per doversi porre il problema del proprio interesse nazionale, ma non sufficiente per perseguirlo in maniera autonoma. E quello che vale per l’Italia di fatto vale per tutti i soci (vecchi e nuovi) dell’Unione. Che sembrano smarriti, tra un passato comunque chiaro e prospettive, dalle cosiddette primavere arabe in poi, nebulose. Ma devono cambiare passo e iniziare a lavorare di conserva.

Ecco, allora, la seconda questione che, con buona pace delle grandi potenze che si osservano triangolandosi, è il cuore del problema, per cui l’ampiezza globale dei problemi di un sistema internazionale richiederebbe proprio un globale dialogo di civiltà e di sviluppo. Papa Francesco non si stanca di proporlo, si spende senza remore, addirittura con profili escatologici, ovvero mettendo in guardia sulle cose ultime, sui fondamenti del bene comune e denunciando ogni ingiustizia, così come ogni retorica. “Il Signore converta il cuore delle persone che seminano terrore, violenza e morte, e anche il cuore di quelli che fanno e trafficano le armi”, ha detto a caldo e a braccio la domenica delle Palme. Il problema sono gli interlocutori veri, al di là dei tributi e degli omaggi.

In ogni caso va avanti con determinazione e tra poche settimane sarà in Egitto, quadrante chiave.

Senza illudersi che esistano scorciatoie all’onestà, alla pazienza, all’apertura della mente e del cuore, alla conoscenza reciproca, non ci sono alternative all’investimento sui valori spirituali e culturali, senza i quali, ormai è evidente, non si va da nessuna parte.

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