Violenze in Congo, Kabila non lascia. P. Mumbere (comboniano): “La Chiesa ha favorito il dialogo, ma non è stata ascoltata”

Parla il superiore provinciale dei Missionari comboniani: "C’è voglia di creare il caos perché non ci siano elezioni. In questi giorni ci sono attacchi contro le strutture della Chiesa: a Kinshasa, nel Kasai e anche a Lubumbashi". La richiesta alla Comunità internazionale affinché "continui a mettere pressione sul presidente, perché possa dare seguito all’accordo"

Violenze, saccheggi e decapitazioni in un Paese che è sull’orlo della guerra civile, aggravata da una crisi politica che non vede soluzione. “La situazione nella Repubblica Democratica del Congo è precipitata a dicembre quando il presidente Kabila, a fine mandato, non ha lasciato il potere, impedendo le elezioni”, spiega il congolese padre Joseph Mumbere, superiore provinciale dei Missionari comboniani: “Kabila non soltanto ha mantenuto la carica, ma ha tentato anche di cambiare la Costituzione ma non gli è stato possibile a causa delle manifestazioni e delle pressioni dall’estero. Tutto ciò ha provocato confusione a livello istituzionale”.

Eppure la Chiesa si è impegnata per favorire una transizione pacifica.
È stato tentato un dialogo al fine di predisporre le elezioni al più presto.

Il primo tentativo è fallito ma il secondo, guidato dai vescovi, ha portato a un’intesa che ha messo insieme tutti i protagonisti, dall’opposizione alla maggioranza.

Per alcune questioni, come la nomina del governo che dovrà preparare le elezioni, sono però previsti accordi da definire. E qui tutto si è bloccato.

Anche le chiese sono state oggetto di violenza?

C’è voglia di creare il caos perché non ci siano elezioni. In questi giorni ci sono attacchi contro le strutture della Chiesa: a Kinshasa, nel Kasai e anche a Lubumbashi. Chiese e seminari sono stati colpiti da gruppi di giovani che accusano i vescovi di lasciare troppo tempo a Kabila e di non averlo spinto con forza a nominare il primo ministro.

In realtà, sembra più un gioco orchestrato per creare uno stato di emergenza che non permetta di indire le elezioni.

C’è una responsabilità politica anche dietro a questi attacchi?
I giovani che assaltano le chiese sono lasciati liberi di agire. Ed è strano, perché quando ci sono manifestazioni dell’opposizione la polizia interviene immediatamente. Non vorremmo ci sia dietro la mano del potere che spinge a compiere questi atti contro la Chiesa…

I missionari sono al sicuro?
Al momento non siamo in pericolo, ma sappiamo che tutto può degenerare. Alcuni vescovi stanno invitando alla prudenza, perché la violenza potrebbe dilagare. È fomentata e, dunque, non è facile arginarla. Si vuole portare il Paese allo stato di emergenza.

Cosa si aspetta dalla Comunità internazionale?
Che continui a mettere pressione sul presidente, perché possa dare seguito all’accordo. Il problema è lì.

L’accordo ha messo tutti più o meno in pace. Se si crea un nuovo governo, si potranno svolgere le elezioni.

Altrimenti non possiamo prevedere come andranno le cose.

Anche il Papa si è espresso durante l’Angelus “affinché si prendano decisioni adeguate e tempestive per soccorrere i nostri fratelli e sorelle” in Congo.
Siamo molto riconoscenti al Santo Padre. Quando si è speso per le situazioni di conflitto in altri Paesi, le sue parole hanno sortito effetti positivi. L’appello del Papa porta all’attenzione del mondo la realtà che viviamo in Congo, troppo poco raccontata dai media.

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