Campagna Cei migranti: don Dembele (Mali), convincete i nostri giovani a non emigrare

Parla don Edmond Dembele, segretario generale della Conferenza episcopale del Mali. È a Roma per avviare insieme alla Cei un progetto di sensibilizzazione nel suo Paese ai rischi della migrazione. "Una volta usciti dal Mali - dice - i giovani si ritrovano senza mezzi per sopravvivere. Alcuni si ammalano, altri si feriscono, alcuni addirittura muoiono. E poi si apre davanti a loro il mare e la prospettiva reale di non arrivare mai a destinazione, di morire, di perdere tutto"

“La prospettiva migliore per i giovani del Mali è rimanere nel loro Paese e cercare di costruirsi un futuro lì, anche se con pochi mezzi e tra mille difficoltà. Perché partire e intraprendere le rotte della migrazione significa affrontare rischi seri, trovarsi di fronte a pericoli che possono essere purtroppo anche mortali”. Per questo la Campagna che la Cei ha intenzione di realizzare grazie ai fondi dell’8xmille per continuare a sensibilizzare i giovani al diritto di rimanere sulla propria terra è di “vitale importanza”. A parlarne con il Sir è l’abbé Edmond Dembele, segretario generale della Conferenza episcopale del Mali.

È arrivato a Roma per una serie d’incontri con la Conferenza episcopale italiana dove diversi uffici stanno lavorando alla messa a punto di un progetto articolato, rivolto in particolare ai minori migranti non accompagnati, che parte dai Paesi di origine, li segue lungo il tragitto di migrazione nei Paesi di transito, li accoglie nei porti italiani. Un mese fa, fu monsignor Vincent Louis Marie Landel, arcivescovo di Rabat, in Marocco, a presentare alla Cei la situazione di migranti in transito nel suo Paese. In questi giorni, è il segretario generale dei vescovi del Mali a parlare alla Cei.

Don Dembele, gli italiani fanno fatica a capire perché così tanti giovani fuggono dal Mali. Ci può spiegare lei perché?
Ci sono più ragioni che spingono i giovani a emigrare. Una è legata strettamente alla storia. Gli abitanti del Mali sono, per natura, commercianti. C’è quindi una innata tendenza ad andare a lavorare all’estero, fare soldi e tornare poi a investirli nel Paese. L’altra ragione è legata certamente alla povertà. Il Mali è un Paese a basso reddito e la popolazione ha la tendenza a cercare possibilità di reddito più alto nei Paesi vicini, in Europa o altrove. La terza ragione è legata alla sicurezza. Il Mali è un Paese in difficoltà da almeno 5 anni e le persone che vivono nelle zone colpite da violenze e attentati, lasciano le loro case per andare a vivere in luoghi dove è possibile una vita migliore.

Con quali rischi?
I rischi sono molteplici. All’interno del Paese il primo rischio è quello di svuotare i villaggi: i giovani abbandonano i loro genitori che ritrovandosi soli, vivono poi in condizione di non sicurezza. Numerosi sono i rischi lungo il tragitto, già sulla via interna che percorrono in Mali per dirigersi verso il Nord e raggiungere l’Algeria, il Marocco ed eventualmente la Libia. Una volta usciti dal Paese spesso si ritrovano senza mezzi per sopravvivere. Alcuni si ammalano, alcuni addirittura muoiono. E poi si apre davanti a loro il mare e la prospettiva reale di non arrivare mai a destinazione, di morire, di perdere tutto.

Ma se sono disposti a morire, vuol dire che forse nulla li può fermare?
Ci sono alcuni che decidono di partire perché non sono consapevoli dei rischi che li aspettano. Dunque ignorano completamente il pericolo e intraprendono il viaggio con la convinzione di arrivare a destinazione. Purtroppo quelli che sono già arrivati in Europa non raccontano la verità, non parlano dei rischi e dei pericoli che hanno vissuto lungo il tragitto. C’è poi chi, pur conoscendo i rischi, decide di partire. È tipico della mentalità musulmana dire: se Dio vuole, arriverò a destinazione. Se Dio non lo vuole, vorrà dire che fallirò ma non sarà colpa mia. Ci sono poi alcuni che, pur conoscendo i rischi, partono perché non hanno altra possibilità. Sono poveri, non hanno alcuna prospettiva futura e dicono che, per quanto i rischi siano grandi, non saranno mai tanto gravi come la situazione che vivono a casa.

Sono coscienti che in Italia non troveranno sempre porte aperte?
Non conosco la situazione dei maliani in Italia. Conosco forse meglio la situazione dei maliani in Francia. Effettivamente sappiamo che non è una situazione facile. Purtroppo i giovani in Mali credono, anzi sono sicuri, che in Europa le condizioni di vita siano migliori rispetto al loro Paese. Cosa che non è vera ed è proprio quello che cerchiamo di spiegare ai giovani. È vero, in Mali ci sono difficoltà – è vero – ma è meglio rimanere, lavorare e cercare di costruirsi una vita piuttosto che partire all’estero e rischiare la vita o trovarsi totalmente emarginato.

È l’obiettivo che si prefigge il progetto della Cei?
È di vitale importanza perché davvero non si considerano i pericoli di partire. E allora molti, per questo, perdono la vita, altri si feriscono, altri ancora si ammalano per sempre. Ma è importante anche perché bisogna che i giovani africani imparino a migliorare le proprie condizioni di vita nei loro Paesi. Non è fuggendo che possono trovare soluzioni ai loro problemi. Forse aspettano solo qualcuno che dica loro che vale la pena rimanere e lavorare perché le cose migliorino.

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