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Trump e la protezione internazionale mortificata

Le manifestazioni di dissenso, anche dell’Episcopato statunitense, sono un’immagine che sottolinea come, anziché leggere nelle storie migratorie persone in pericolo – come ha ricordato più volte Papa Francesco – si considerano i migranti un pericolo. Sono scelte che avranno conseguenze gravi sul piano delle relazioni tra gli Stati Uniti e alcuni Paesi, ma che condizioneranno gravemente anche il cammino di dialogo e di ricerca, la lotta al terrorismo, che avevano visto passi significativi di condivisione tra Chiese e mondo mussulmano

Le prime decisioni del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America riguardano anche la politica migratoria: la costruzione di un muro di 3.200 chilometri tra Messico e Stati Uniti, il blocco del programma di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, l’esclusione del visto a migranti islamici che provengono da sette paesi. Tre decisioni gravi, che hanno come effetto immediato una rinnovata forma di protezionismo certamente, ma anche una volontà di chiusura e di esclusione. La conseguenza più grave delle scelte di Trump non sono solo sul piano politico, ma anche, soprattutto sul piano culturale. Si ripropone, infatti, una coniugazione stretta tra immigrazione e criminalità, immigrazione e terrorismo, terrorismo e islamismo.

Le manifestazioni di dissenso, anche dell’Episcopato statunitense, sono un’immagine che sottolinea come, anziché leggere nelle storie migratorie persone in pericolo – come ha ricordato più volte Papa Francesco – si considerano i migranti un pericolo.

Sono scelte che avranno conseguenze gravi sul piano delle relazioni tra gli Stati Uniti e alcuni Paesi, ma che condizioneranno gravemente anche il cammino di dialogo e di ricerca, la lotta al terrorismo, che avevano visto passi significativi di condivisione tra Chiese e mondo mussulmano.

Una seconda immagine, questa volta positiva, è la firma di una convenzione, che se anche non mostrata provocatoriamente come quella del presidente degli Stati Uniti, favorirà la partenza in sicurezza di 500 persone migranti dell’Eritrea, della Somalia, del Sud Sudan, tra le più fragili, dall’Etiopia. Sono i corridoi umanitari, la seconda esperienza in Italia, questa volta voluta dalla Conferenza episcopale italiana e dal Ministero degli esteri, con la collaborazione di Caritas, Migrantes e della Comunità di Sant’Egidio. Un corridoio umanitario finanziato da un’altra firma, quella dei cittadini italiani che hanno sostenuto la Chiesa cattolica in Italia: una firma per la vita, per i più poveri, per i migranti forzati.

Le nostre comunità saranno invitate a costruire una storia biennale di accoglienza per persone e famiglie che hanno ottenuto una forma di protezione internazionale nel nostro Paese

: una nuova storia di accoglienza e integrazione, un servizio segno, di una Chiesa che cammina con gli uomini.

Una terza immagine di questi giorni è il pulmino stracarico di richiedenti asilo che, grazie a organizzazioni criminali italiane e straniere, attraversa l’Italia dalla Sicilia a Ventimiglia, derubando degli ultimi soldi i migranti. Il pulmino segnala un dato che già conoscevamo, che cioè 2 su 3 delle persone sbarcate sulle coste italiane ha continuato il suo viaggio dall’Italia dentro l’Europa. Oltre a non creare corridoi umanitari dai territori dove vivono migranti costretti a lasciare per diverse ragioni vitali la loro terra, vie legali d’ingresso dai Paesi da dove si fugge, anche nel nostro Paese non abbiamo creato vie legali per continuare il viaggio, complice anche il fallimento dei ricollocamenti europei. Alle immagini dei pulmini stipati che attraversano il nostro Paese possono essere affiancate le immagini delle stazioni, delle spiagge, dei parchi, dei ponti dove transitano, soprattutto nelle grandi città e alle frontiere, molti migranti forzati, anche minorenni. Immagini diverse, ognuna delle quali provoca a una responsabilità nuova. Di tutti.

(*) direttore generale Fondazione Migrantes

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