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La guerra della speranza dei bambini di Aleppo. Le armi della preghiera e del perdono contro le bombe

Oltre cento bambini, con le loro famiglie, si sono ritrovati domenica 4 dicembre, nella parrocchia di san Francesco di Aleppo per pregare per la pace. Un incontro che vuole diventare punto di ripartenza per chi - e sono tanti in Siria, non solo cristiani - crede  ancora nella pace e nella giustizia. I protagonisti di questa controffensiva sono i più piccoli, i più indifesi, che vivono sulla loro pelle l'emergenza umanitaria che da anni sta colpendo la città martire siriana. Le bombe dei grandi intanto non si fermano, come testimonia il parroco di san Francesco, padre Ibrahim Alsabagh. E la comunità internazionale è bloccata dai veti delle grandi potenze. Aleppo non ha diritto nemmeno a una tregua

Bandierine bianche sventolate non in segno di resa, come si vorrebbe in tempo di guerra, ma per dire “non ci arrendiamo. Continueremo a combattere con le nostre uniche armi a disposizione: la preghiera e il perdono”. La scena si è consumata davanti agli occhi di tanti fedeli radunati domenica 4 dicembre presso la parrocchia di san Francesco ad Aleppo, città martire, simbolo della guerra in Siria, contesa da anni tra le forze governative fedeli al presidente Assad, i ribelli armati dell’opposizione e i miliziani dello Stato Islamico. Mentre fuori imperversavano i bombardamenti da parte delle forze lealiste appoggiate da Iran e Russia nel tentativo, in parte riuscito, di riconquistare i quartieri Est della città e il lancio di razzi da parte dei ribelli sulla parte Ovest, nella chiesa parrocchiale, una delle poche rimaste ancora in piedi nonostante gli scontri, oltre un centinaio di bambini pregavano con la preghiera semplice di san Francesco, “Dio, fammi strumento della tua pace” sventolando vessilli bianchi con su scritto “Pace per Aleppo”.

La controffensiva disarmata dei bambini di Aleppo riparte da qui, da questa piccola parrocchia, non molto distante dalla linea di fuoco che delimita la zona controllata dal regime e quella ancora parzialmente in mano ai ribelli. A raccontare quanto accaduto domenica è lo stesso parroco, il padre francescano Ibrahim Alsabagh, 45 anni, siriano di nascita. “La scintilla di questa iniziativa: ‘Children in prayer for peace’, parte proprio dalla Comunità latina di Aleppo. Era l’ispirazione del Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, che è diventata poi un invito fatto dalla Custodia di Terra Santa e dall’Ordine dei frati minori a tutta la Chiesa in tutto il mondo e a tutti gli uomini di buona volontà, perché organizzino dei momenti di preghiera nella prima domenica di ogni mese per la pace e, perché intensifichino gli sforzi per far cessare la guerra e le sofferenze della popolazione civile” spiega il parroco.

“Da Aleppo ora lanciamo di nuovo il nostro invito al mondo intero perché resti ancorato tenacemente alla speranza della pace”.

La messa di domenica 4 dicembre, seconda di Avvento, ha dato forza e sostanza a questo appello. All’altare sono stati portati simboli di pace come un mappamondo sormontato da una colomba, una scritta “Aleppo” illuminata da candele e soprattutto i resti di un razzo trasformati in un vaso contenente dei fiori per abbellire l’altare al lato del quale campeggiava un poster raffigurante una mano insanguinata e la scritta “Stop the war” fermate la guerra.

Ma è difficile sperarlo quando tutto intorno lo impedisce, è forse questa la sfida principale da vincere per i piccoli combattenti di Aleppo, i cui “volti – dice il frate – faticano a sorridere.

La sofferenza traspare dai loro occhi impauriti. Da anni vivono sotto stress. Alcuni di loro sono nati sotto le bombe. Subiscono pressioni psicologiche enormi, sono malnutriti, non hanno cure mediche adeguate. Patiscono freddo e fame. L’emergenza umanitaria è continua in tutta l’area della città.

Mancano acqua ed energia elettrica. Lo Stato islamico che occupa la zona nord di Aleppo ha chiuso il flusso dei corsi di acqua verso la città e le zone limitrofe. Ospedali e ambulatori lamentano scarsità di medicine e strumenti vecchi o guasti. I pezzi di ricambio sono impossibili da reperire e anche buona parte del personale medico e chirurgico è fuori del Paese. Tutto questo si riflette negativamente sulla vita della popolazione civile.

Questi sono i nostri piccoli eroi, che con le famiglie, non vogliono arrendersi a questo stato di cose e sanno che l’unica arma a loro disposizione  è la preghiera.

Sono rimasti ad Aleppo nonostante tutto. Una scelta eroica frutto di una fede straordinaria”. Soprattutto se messa a confronto con le notizie che giungono dal fronte di guerra che parlano di un “esercito governativo che sta avanzando con forza e decisione costringendo i ribelli ad arroccarsi a difesa e indietreggiare. Ci svegliamo – dichiara il parroco – con il frastuono delle esplosioni, sentiamo i bombardamenti e con rassegnazione attendiamo il lancio dei razzi come risposta. Non sappiamo mai dove cadranno, dove sono indirizzati e verso quali luoghi o zone di questa parte di città. Domenica dopo mezzogiorno un razzo è caduto sul collegio di Terra Santa, succursale della parrocchia, ma non ha provocato danni gravi perché non è esploso. Ma poteva essere una strage. Sempre a farne le spese sono i civili di Aleppo, senza nessuna distinzione.

La nostra preghiera è per tutti gli abitanti, il nostro perdono è per chi vuole farci del male, per chi vuole colpirci”.

Perdono: una parola che sembra fuori luogo nel vocabolario violento della guerra, eppure, aggiunge padre Alsabagh, “questi bambini si sforzano di essere ambasciatori del perdono, quello che apprendono dall’esempio di Gesù, che ha perdonato i suoi uccisori. Ogni volta che ci riuniamo insieme preghiamo anche per chi colpisce e uccide”. Ma il perdono da solo non basta. Servono anche la giustizia e il dialogo. “Russi e Americani devono dialogare per mettere fine alle ostilità – dice il frate francescano – ma quando fallisce ogni possibilità di dialogo solo la preghiera può essere arma efficace. Con i nostri bambini domenica abbiamo invocato lo Spirito di Dio sopra i governanti delle nazioni perché la pace riguarda non solo la Siria ma tutto il mondo. Siamo convinti – conclude padre  Ibrahim – che il Signore ascolterà il grido dei suoi ‘piccoli’ e che la preghiera dei ‘piccoli’ del mondo diventerà occasione di riflessione e conversione anche per i ‘grandi’”. ‘Grandi’ assenti: il 5 dicembre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato un documento che chiedeva “una tregua di sette giorni ad Aleppo”. Russia e Cina hanno detto no.

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