In Bolivia è emergenza siccità. E le cause non sono tutte naturali

Il Paese sudamericano sta affrontando una situazione di emergenza idrica senza precedenti: i rigorosi razionamenti nelle città creano forti tensioni. Le cause del fenomeno però non sono da ricercarsi solo nella meteorologia. Se El Niño e il riscaldamento globale hanno una parte di responsabilità, ad aggravare la situazione dice Oscar Campanini (Cedib) sono le concause umane: deforestazione, attività estrattiva, mancanza di pianificazione, previsione e meccanismi di risposta. Mentre salgono le proteste contro il presidente Morales, la Chiesa segue con preoccupazione l'evolversi degli eventi e, spiega mons. Coter (Caritas), investe molto "sulla formazione e sulla sensibilizzazione all’uso dei beni senza sprechi, al riciclo, allo stile di vita"

Mezza Bolivia è senz’acqua. Il paese vive in queste settimane una siccità senza precedenti, che ha colpito non solo le tradizionali zone aride, ma anche alcune delle maggiori città. Il presidente Evo Morales ha proclamato la scorsa settimana lo Stato di emergenza, in molte città, tra cui La Paz, l’acqua è razionata da settimane. Ma mentre si organizza l’emergenza e inizia ad arrivare qualche aiuto internazionale (ad esempio autocisterne dall’Argentina e dal Cile), non mancano polemiche sulla mancata programmazione di una situazione prevedibile e sul possibile concorso umano nell’aggravare la situazione.

Emergenza anche nelle grandi città. Non è una novità, per il paese andino, la siccità di alcune zone di campagna, situate perlopiù nella regione del Chaco, compresa parte dei dipartimenti di Tarija, Santa Cruz e Chuquisaca. L’emergenza è causata principalmente dal fenomeno meteorologico chiamato El Niño, i cui effetti risultano ancora più forti in altitudine. La siccità di quest’anno ha però coinvolto una zona ben più vasta, situata spesso a 3-4mila metri di quota; le città di Cochabamba, Sucre (capitale del paese), Potosí e Tarija; soprattutto, il fenomeno ha colpito la più popolosa La Paz – sede del Governo – e la sovrastante El Alto.

Centinaia di migliaia di persone si trovano da giorni senza servizio idrico, una situazione che viene interrotta episodicamente da scarsi approvvigionamenti.

“Una città così grande non era preparata a un’emergenza di questo tipo, un razionamento così inusuale, restrittivo e duro. E in mancanza di alternative, la situazione potrebbe aggravarsi nelle prossime settimane”, racconta al Sir Óscar Campanini, coordinatore generale del Cedib (Centro de documentación e información Bolivia), istituto di ricerca indipendente che si occupa di temi sociali e ambientali, con sede a Cochabamba.

Cause naturali, ma con il concorso umano. Le cause principali sono legate al riscaldamento globale del pianeta, ma non mancano, secondo Campanini, delle concause provocate dall’uomo: “La deforestazione promossa per espandere le monocolture agricole, come la soia, oppure il mancato rispetto dell’ambiente in aree protette a causa della promozione di attività idrocarbonifere hanno sicuramente un certo impatto. L’attività estrattiva e l’inquinamento dai liquami dei grandi centri abitati aggravano questa situazione”. Inoltre, prosegue il ricercatore del Cedib, “ci sono altre cause di ordine interno. Già nel 2009 La Paz si era trovata con poche riserve idriche e la causa era stata individuata nel ritiro dei ghiacciai andini che alimentano i bacini idrici. Una carenza che aveva dato impulso alla costruzione di nuove dighe, ma poi l’attuazione del piano è stata trascurata. Infine, il razionamento è iniziato troppo tardi, quando già le riserve erano al minimo”.

L’impegno della Chiesa. La Chiesa segue con preoccupazione l’evolversi della situazione. Ne parliamo con monsignor Eugenio Coter, vicario apostolico di Pando e presidente di Caritas Bolivia. “Perfino nell’Amazzonia boliviana – dove vivo – ci dice, non abbiamo visto la pioggia per due mesi e mezzo”. Il vescovo, originario del Bergamasco, spiega che la crisi attuale ha origini remote: “La Chiesa ha sempre avuto qui in Bolivia un’attenzione specifica al tema dell’acqua, sia a livello di riflessione – con il documento sul Creato del 2012 – che a livello operativo, attraverso la costruzione di acquedotti, canali di irrigazione, soprattutto nelle campagne ma anche in quartieri periferici, ad esempio a Cochabamba”. Purtroppo, nonostante l’emergenza fosse prevedibile, “in questi anni non sono state trovate serie soluzioni politiche, malgrado il presidente Morales abbia istituito nel 2006 un ministero dell’Acqua. In tutto il paese sono stati costruiti palasport e campi di gioco sintetici, a La Paz ci sono attualmente cinque grossi progetti urbanistici per la costruzione di sedi istituzionali e direzionali…

Su molte cose il Governo ha investito, ma non sull’acqua, per questo la gente è arrabbiata”.

Anche per il presidente della Caritas il concorso umano si aggiunge alle cause naturali: “Ad esempio, c’è stata poca attenzione verso i corsi d’acqua più piccoli, che potevano costituire un’importante risorsa. Dicono poi gli esperti che la deforestazione della zona dello Yungas, non lontana da La Paz (per favorire le piantagioni di coca) ha ridotto del 18% l’umidità del terreno”.
Che fare nell’emergenza? “Come Caritas e come Chiesa – prosegue mons. Coter – siamo volutamente esclusi dai progetti governativi, riusciamo a incidere di più nei piccoli centri, con progetti mirati. Inoltre stiamo investendo molto sulla formazione e sulla sensibilizzazione all’uso dei beni senza sprechi, al riciclo, allo stile di vita. Da qualche settimana ci siamo dati un nuovo statuto e come Caritas dedicheremo il prossimo decennio ai temi dell’ambiente e dei diritti umani”.

Si incrina il mito di Morales. Intanto, appare insufficiente, anche se apprezzabile, il decreto di emergenza nazionale dal presidente Morales.

Occorre tempo: almeno due mesi per scavare dei pozzi, anni per costruire dighe che diano vita a nuovi bacini.

“In ogni caso – denuncia Campanini – gli investimenti per i servizi idrici e igienici in Bolivia sono diminuiti negli ultimi due anni e sono ancora più bassi in relazione ai crescenti investimenti pubblici che il Paese ha conosciuto in questi ultimi dieci anni. E questi investimenti, già insufficienti, non hanno riguardato aspetti strategici, come la ricerca di nuove fonti di acqua o di riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione”. Perdite che a volte arrivano anche al 45% della portata. In discussione è, dunque, lo stesso ruolo del presidente Morales e del suo Governo, sempre più attratto da progetti idroelettrici o estrattivi, affidati ad aziende cinesi. Conferma Campanini: “In questo momento esistono vari progetti e politiche governative che stanno avendo un grave impatto sulle popolazioni indigene”. Dopo gli importanti provvedimenti presi inizialmente, “negli anni hanno finito con il prevalere politiche di rafforzamento di un modello economico basato sulle attività estrattive. Già in diverse occasioni le manifestazioni e le richieste degli indigeni, che difendevano il proprio territorio e i propri diritti, sono state represse dal Governo”.

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