Il muro in Messico, la presidenza Trump e la Casa del Migrante

Tijuana, la città messicana della Baja California che si affaccia sul Pacifico è letteralmente addossata alla frontiera statunitense. Qui il “muro” che separa il Messico dalla California, quel muro che Donald Trump vorrebbe estendere a tutti gli oltre tremila chilometri di frontiera tra Usa e Messico, esiste già dal 1994, quando il presidente degli Stati Uniti si chiamava Bill Clinton. Ma la sua costruzione non ha impedito che “el cruce de San Ysidro” restasse la frontiera più transitata del mondo e che la città frontaliera messicana diventasse sempre più un formicaio umano. Parla padre Patrick Murphy, lo scalabriniano che dirige quello che fin dal 1987 è l’avamposto dell’accoglienza, la Casa del Migrante di Tijuana

Volete una dimostrazione pratica dell’inutilità dei muri? Ecco Tijuana, la città messicana della Baja California che si affaccia sul Pacifico ed è letteralmente addossata alla frontiera statunitense. Qui il “muro” che separa il Messico dalla California, quel muro che Donald Trump vorrebbe estendere a tutti gli oltre tremila chilometri di frontiera tra Usa e Messico, esiste già dal 1994, quando il presidente degli Stati Uniti si chiamava Bill Clinton. Ma la sua costruzione non ha impedito che “el cruce de San Ysidro” restasse la frontiera più transitata del mondo e che la città frontaliera messicana diventasse sempre più un formicaio umano. Di là, ad appena 40 chilometri, c’è San Diego. Di qua, la capitale mondiale delle migrazioni, un luogo simbolo, un po’ come è Lampedusa per il Mediterraneo. Un ex villaggio diventato in pochi decenni una disordinata metropoli. Nel 1930 gli abitanti erano 11mila, nel 1960 65.000, nel 1990 già circa 750mila. Oggi nell’area metropolitana vive più di un milione e mezzo di persone.

Deportados e profughi: una duplice marea umana. Chiedersi cosa cambierà a Tijuana con l’avvento di Donald Trump può sembrare un tantino surreale. Anche se i motivi di inquietudine non mancano, non pare proprio essere questa la prima preoccupazione di padre Patrick Murphy, lo scalabriniano che dirige quello che fin dal 1987 è l’avamposto dell’accoglienza, la Casa del Migrante di Tijuana.

Padre Patricio, così si fa chiamare, la frontiera l’ha attraversata al contrario, essendo nato a New York. Oltre a dirigere la Casa di Tijuana, coordina le altre 6 Case del Migrante che sono gestite dagli scalabriniani in Messico e nei Paesi vicini. Diverse altre Case sono gestite direttamente dalle diocesi messicane. Uno sforzo di accoglienza importante. Ma non sufficiente per fare fronte alla duplice marea umana che giunge a Tijuana (e nelle altre località di frontiera, come Mexicali, Ciudad Juárez e Nuevo Laredo) quotidianamente.

Duplice, perché da una parte ci sono gli “sconfitti”, i deportados, coloro che sono stati respinti dagli Stati Uniti. Dall’altra ci sono coloro che con speranza arrivano da sud. “Noi abbiamo 140 posti letto, in realtà anche stanotte hanno dormito in 150. Coloro che arrivano da noi e che sono ospitati qui sono in grande maggioranza proprio i deportados. Da dieci anni ormai questo fenomeno ha preso avvio e sta crescendo sempre più”, spiega al Sir padre Murphy.

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In sei mesi migranti di 29 nazioni. E irrompono gli africani. Ma negli ultimi mesi è cresciuta tantissimo anche la “marea” che viene da sud. Una marea variopinta e sorprendente, un riassunto di quella “guerra mondiale a pezzi”, come l’ha definita Papa Francesco, che si combatte sulla pelle della povera gente. “Negli ultimi sei mesi – spiega il direttore della Casa del Migrante – abbiamo ospitato persone di 29 nazionalità”. Ed inizia velocemente ad elencare le varie provenienze. Ci sono quelli che scappano dai tre Paesi più violenti del mondo, sempre più in preda alle bande criminali, le pandillas e le maras: El Salvador, Honduras, Guatemala.

Uno dei fenomeni più rilevanti delle ultime settimane è l’arrivo di migliaia di haitiani, che temono, con Trump alla Casa Bianca, di non poter più ricevere il permesso di soggiorno umanitario negli States concesso loro dopo il terremoto (e il recente uragano Matthew ha accelerato l’esodo). E poi il fenomeno nuovo: l’arrivo di migliaia di africani.

Giungono per via aerea, spesso in Brasile. Poi il lunghissimo viaggio, pieno di rischi. Arrivati a Tijuana cercano di ottenere asilo politico negli States.E poi ci sono comunque i messicani, tornati a crescere negli ultimi mesi, anche se per loro non c’è alcuna speranza di ottenere lo status di rifugiati. Eppure scappano dai due Stati messicani ormai in preda al narcotraffico e alla violenza, totalmente fuori controllo: Guerrero e Michoacán. “Drammatico, spiega ancora padre Murphy, l’aumento di donne e minori. Ci sono moltissime haitiane che non hanno nulla, giovanissimi desplazados messicani. La nostra casa è solo maschile, lungo tutta la frontiera esiste una sola struttura che accoglie donne e minori a Ciudad Juàrez”.

Trump e il Messico abbandonato. Se questo è lo scenario, cosa può cambiare con l’arrivo di Trump? “Tutti sono molto preoccupati, ma io non credo che cambierà molto – afferma il religioso scalabriniano -. La politica delle espulsioni dei messicani è stata attuata da tutti i presidenti. In tutto ci sono già stati due milioni di deportados”. La preoccupazione, piuttosto, è sugli effetti della presidenza Trump sul già compromesso contesto sociale ed economico del Messico, che rischia di essere abbandonato a se stesso: “Il valore del Peso, la moneta messicana, è crollato; l’economia soffre, un disastro per la povera gente, bisogna cercare di reagire”. E, certo, il costruire muri non è un bel modo di guardare al futuro: “Da noi la barriera c’è già, ma il progetto di Trump è costosissimo”. E inutile. Invece, “è importante ricordarci le parole del Papa, che a Ciudad Juárez ha invitato a costruire non muri, ma ponti. La sua visita, nel febbraio scorso, è stata molto importante. Ricordo anche le parole che ha detto ai giovani a Morelia: un invito a prendere in mano il proprio futuro”. In effetti, la testimonianza e il messaggio di accoglienza della Chiesa restano centrali per dare speranza a tutte queste persone che approdano disperate a Tijuana. Soprattutto in questo momento. Sabato scorso l’arcivescovo, monsignor Francisco Moreno Barrón, ha guidato una processione lungo la frontiera con la statua della Vergine di Guadalupe, che si è conclusa con una messa celebrata sulla spiaggia. Nel mettere tutti i migranti sotto la protezione della Madonna, mons. Moreno Barrón ha espresso l’auspicio che “la nostra preghiera rompa i muri e ci apra alla speranza di vivere come fratelli senza frontiere”.

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