L’intera diocesi siro-cattolica di Mosul vive la Pasqua in Kurdistan. Sfollati e aggrappati “al Sepolcro vuoto di Cristo”

La testimonianza di una diocesi sfollata, quella siro-cattolica di Mosul, che dal Kurdistan vive "aggrappata al Sepolcro vuoto di Cristo per celebrare la Resurrezione, la sua vittoria sulla morte". Il sacerdote don George Jaohla: "60mila fedeli siro-cattolici e di altri riti, traditi dagli uomini ma non da Cristo" per i quali "celebrare Pasqua è come rivivere ciò che hanno vissuto quando erano ancora nelle loro case, nelle loro terre, prima di essere cacciati" dallo Stato Islamico

“Aggrappati al Sepolcro vuoto di Cristo per celebrare la Resurrezione, la sua vittoria sulla morte”. Non c’è altra frase per descrivere lo spirito con cui gli oltre 60mila fedeli di quella che fino all’estate del 2014, era l’arcidiocesi sirocattolica di Mosul, stanno celebrando questi giorni di Pasqua. Sono uomini, donne, bambini, anziani costretti alla fuga dall’avanzata dello Stato Islamico che dopo Mosul ha occupato interi villaggi della Piana di Ninive, come Qaraqosh, tradizionalmente abitata da antiche comunità cristiane. Popolazioni perseguitate, che hanno perso tutto tranne la fede. “L’immagine del Sepolcro cui aggrapparsi – dice don George Jahola, sacerdote siro-cattolico della diocesi di Mosul – rende bene l’idea della vita di questa gente. Abbiamo lasciato le nostre chiese, le nostre scuole, il patrimonio culturale e artistico di secoli, biblioteche, oggetti sacri, manoscritti. Siamo venuti via senza nulla. Qui abbiamo ricominciato da zero, nella precarietà ma con l’idea, un giorno, di ritornare o di partire per sempre. E per il momento non sappiamo cosa decidere”. La Pasqua può servire anche a capire.

“I nostri fedeli – spiega il sacerdote – sentono molto questa Solennità e prima ancora la Passione di Cristo alla quale si sentono in qualche modo associati a causa delle condizioni in cui si trovano a vivere e per le persecuzioni che hanno dovuto sopportare.

Celebrare per loro è come rivivere ciò che hanno vissuto quando erano ancora nelle loro case, nelle loro terre, prima di essere cacciati. È un modo di riappropriarsi di ciò che avevano, non solo come ricordo ma come sofferenza da unire a quella di Cristo sulla Croce”. Non senza la speranza che la comunità cristiana irachena ha sempre coltivato dentro il suo cuore, quello di un popolo che custodisce la lingua parlata da Gesù, l’aramaico, e che tanto ha dato alla civiltà irachena avendo a disposizione una sola arma: la testimonianza di fede. Si comprende bene allora il motivo per cui stanno affollando le loro piccole chiese durante le liturgie pasquali: “la fedeltà alla tradizione e alla fede tramandata di padre in figlio”.

Traditi dagli uomini ma non da Cristo. Don Jahola è a Erbil (Kurdistan) da oltre due mesi e non esita a parlare della sua chiesa come di “una diocesi sfollata”. “Qui siamo tutti profughi e sfollati. La nostra è una diocesi sfollata che vive la sua incertezza umana e materiale. Nessuno sa cosa avverrà. I fedeli vivono nell’incertezza. Traditi dagli uomini ma non da Cristo. Sanno bene che Gesù non li abbandona e per questo partecipano con gioia alla Passione e ancor più alla sua Resurrezione. Le ricche liturgie di questi giorni raccolgono la nostra tradizione – spiega – la nostra teologia. Per permettere a tutti di partecipare con gli altri sacerdoti ci siamo divisi i compiti così da raggiungere le nostre comunità sparse in Kurdistan”. A Mosul ormai non ci sono più cristiani. Anche l’arcivescovo siro-cattolico della seconda città irachena, monsignor Yohanna Petrus Moshe, è sfollato. Ma con il suo clero non si è perso d’animo e ha riorganizzato la diocesi, con l’aiuto del suo Patriarcato, allargandone i confini anche a Kirkuk e Kurdistan. Tutte le parrocchie tra Mosul e la Piana di Ninive sono state ricreate in Kurdistan, in particolare tra Erbil, Kirkuk, Zako, Akra e Sulemanya. I fedeli che ne fanno parte sono circa 60mila, “il 95% del totale. Sono pochi quelli che vivono in tenda, molti in appartamenti affittati ma soprattutto in caravan. Si vive grazie agli aiuti della Chiesa, della Caritas e di tante Ong. Le chiese? Usiamo quelle che ci sono, ma non abbiamo una cattedrale. La nostra cattedrale è una grande stanza attrezzata a Erbil” dice don Jahola. “Siamo una diocesi sfollata ma viva, accogliente. È impensabile per la nostra gente vivere senza la propria comunità. Questi per noi sono giorni privilegiati in cui sperare in un futuro migliore per il nostro Paese. Non saremo mai sfollati dall’amore di Dio”. Quasi a dire, “sfollati nel Sepolcro vuoto di Cristo”.

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