Srebrenica: condannato Karadzic. Un monito ai massacratori di oggi

Il Tribunale internazionale dell’Aja (Tpi) ha condannato ieri in primo grado a 40 anni di carcere Radovan Karadzic, colpevole del genocidio di Srebrenica (1995) e di altri crimini di guerra e contro l’umanità compiuti durante la guerra di Bosnia (1992-1995). Ventuno anni per una sentenza che non segna la fine della verità giudiziaria ma che getta luce su un capitolo tragico della storia recente dell'Europa, rilanciando le ragioni di una convivenza tutta da ricostruire. Guarire le ferite del passato e aprirsi al futuro. Soprattutto oggi, dopo gli attentati terroristici di Parigi e Bruxelles. Srebrenica insegna, anche dopo 21 anni.

Ci sono voluti 21 anni, ma alla fine la sentenza è arrivata: Radovan Karadzic è responsabile del genocidio di Srebrenica, la strage più sanguinosa compiuta in Europa dopo la Seconda Guerra mondiale, circa 8mila vittime, solo 6600 quelle finora riconosciute. Il Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi), in primo grado, ha riconosciuto l’ex leader politico dei serbi di Bosnia colpevole per il genocidio di Srebrenica e di altri crimini di guerra e contro l’umanità compiuti durante la guerra di Bosnia (1992-1995), e lo ha condannato a 40 anni di reclusione.
Karadzic, oltre al genocidio di Srebrenica, è stato riconosciuto personalmente colpevole, assieme a Momcilo Krajisnik, Biljana Plavsic, Nikola Koljevic e Ratko Mladic, della “impresa criminale congiunta” dell’assedio di Sarajevo – lungo 44 mesi durante i quali morirono 11541 civili, 1601 bambini e ferite più di 50mila persone – e inoltre di persecuzioni, stermini, deportazioni, uccisioni, trasferimenti forzati, attacchi contro civili, come crimini contro l’umanità e violazione delle leggi e costumi di guerra, ed è responsabile per la presa dei caschi blu come ostaggi. È invece caduto il primo capo d’accusa per genocidio a Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik, poiché il collegio dei giudici non si è convinto che, nonostante i crimini commessi, ci fosse l’intenzione di sterminare parzialmente o del tutto le comunità non serbe, e quindi di commettere genocidio. “Un giudizio che segna un passo verso la giustizia ma che non riconsegna le vittime alle proprie famiglie e che non sana del tutto la malvagità della guerra. Il dolore di tante ferite non si placa solo con un giudizio”, ha commentato l’arcivescovo di Sarajevo, il cardinale Vinko Puljić.
Lo sanno bene i bosgnacchi, i bosniaci musulmani, che hanno accolto la sentenza con delusione: la Bosnia delle vittime si attendeva, infatti, l’ergastolo e il riconoscimento di genocidio anche per i crimini commessi in altre località bosniache oltre Srebrenica. Delusi, per motivi opposti, anche molti serbi per i quali Radovan Karadzic doveva essere assolto. Per essi il Tpi è un tribunale istituito contro i serbi. Una sentenza che divide ma che pone dei punti fermi nella storia della guerra in Bosnia, rilanciando le ragioni di una convivenza tutta da ricostruire costretta a passare nelle pieghe degli accordi di Dayton (novembre 1995) che hanno diviso ulteriormente la Bosnia-Erzegovina. La verità giudiziaria è necessaria ma da sola non basta. “Bisogna che la giustizia faccia il suo corso – sono ancora parole del cardinale Puljić – ma occorre anche lavorare per la pace e la riconciliazione necessarie alla costruzione di uno Stato stabile dove tutte le fedi e le etnie possano tornare a convivere”. Si ricostruisce ristabilendo la verità dei fatti e la giustizia. Anche se tarda ad arrivare. Vale per Srebrenica e Sarajevo e ancor più vale oggi per Parigi e Bruxelles, insieme a tante altre città colpite dal terrorismo di matrice islamica. Garantire la giustizia, smantellare complicità silenziose, assicurare alla legge i terroristi di ieri e di oggi, sono anche queste le strade da percorrere per costruire un mondo più stabile, sicuro, in cui tutti possano convivere.

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