Il Mali rialza la testa dopo gli attentati e riparte grazie alla presenza cristiana

A preoccupare è soprattutto l’estendersi della violenza anche alle regioni del centrosud e alla stessa capitale Bamako, dove a novembre è avvenuto l’episodio più grave: l’attacco all’hotel Radisson Blu, con almeno 20 morti accertati. “Tra le comunità non islamiche, ovviamente, questi fatti hanno provocato paura, anche perché la minaccia del fondamentalismo va al di là delle frontiere, ma si continua a vivere insieme”, riconosce da parte sua padre Adrien Sawadogo, missionario dei Padri Bianchi e direttore dell’Istituto per la formazione islamo-cristiana (Ific) gestito dai missionari nella capitale Bamako

Lo sguardo tranquillo dietro gli occhiali dalla montatura leggera, l’espressione attenta mentre ascoltava attraverso le cuffie la traduzione di quel che veniva detto nell’aula. Lo scorso primo marzo, Ahmad al-Faqih al-Mahdi non sembrava l’imputato di un processo, eppure lo sarebbe diventato di lì a pochi minuti, quando la procura delle Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia avrebbe formalizzato l’accusa di crimini di guerra contro di lui. Una decisione in qualche modo storica, perché l’ex insegnante diventato combattente della formazione jihadista Ansar Dine sarà il primo uomo ad essere processato dalla Corte per aver partecipato alla distruzione di un’opera d’arte: in particolare, di alcuni santuari islamici di Timbuctù considerati patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Attacchi continui. Dal 2012 in poi, la città del nord del Mali travolta prima dall’insurrezione tuareg e poi dalle milizie fondamentaliste che avevano avuto la meglio sui ribelli nazionalisti, è stata uno dei simboli delle alterne vicende del Paese africano. E tanto più lo è oggi, nel momento in cui alla ricostruzione e riconsacrazione dei santuari-mausolei, avvenuta a inizio febbraio seguendo un cerimoniale vecchio di 900 anni, si affianca una situazione di sicurezza ancora fragile in tutta la regione. Qui continuano ad essere attive, anche dopo la sconfitta sul campo di battaglia, le formazioni islamiste.

“Nel Nord la situazione migliora lentamente dal punto di vista umanitario ma d’altra parte è cresciuto il numero degli attacchi terroristici di alto livello, che avvengono regolarmente di venerdì”,

testimonia Niek De Goeij, responsabile in Mali di Catholic Relief Services (Crs), organizzazione umanitaria della Conferenza episcopale statunitense. A preoccupare è soprattutto l’estendersi della violenza anche alle regioni del centrosud e alla stessa capitale Bamako, dove a novembre è avvenuto l’episodio più grave: l’attacco all’hotel Radisson Blu, con almeno 20 morti accertati. “Tra le comunità non islamiche, ovviamente, questi fatti hanno provocato paura, anche perché la minaccia del fondamentalismo va al di là delle frontiere, ma si continua a vivere insieme”, riconosce da parte sua padre Adrien Sawadogo, missionario dei Padri Bianchi e direttore dell’Istituto per la formazione islamo-cristiana (Ific) gestito dai missionari nella capitale Bamako.

Cristianesimo vivo. Anche le organizzazioni umanitarie riescono per ora a proseguire il loro lavoro in molte parti del nord, nonostante gli emuli di Al Faqi al-Mahdi, aderenti per lo più a formazioni ispirate ad Al-Qaeda, continuino a colpire. “L’80% dei nostri programmi sono a lungo termine e possono fermarsi senza troppi danni in caso di attacchi – nota Niek De Goeij -. Il problema sono i programmi di risposta all’emergenza, come le distribuzioni di cibo: se l’insicurezza costringe a sospenderle, l’impatto è immediato”. I rischi quindi esistono, anche se, precisa ancora il cooperante “le organizzazioni non governative non sono direttamente un bersaglio, a differenza del governo, delle Forze armate maliane e della missione Onu Minusma”. Le ong, continua, “sono prese di mira, semmai, dalla criminalità comune e possono rappresentare un ‘danno collaterale’ di alcuni attacchi terroristici: per questo è indispensabile distinguere il nostro lavoro umanitario dalle operazioni militari delle forze armate nazionali e internazionali”.

Un limite diverso è, invece, quello sottolineato da padre Sawadogo: “Al nord in questo momento non è possibile mandare i nostri confratelli europei – ammette – perché c’è sempre il rischio che vengano rapiti dai gruppi armati per chiedere un riscatto, ma le comunità cristiane ci sono e sono attive, e noi facciamo il possibile per animarle”.

In un’importante città del settentrione, addirittura, ricorda De Goeij che “esiste una parrocchia cattolica attiva e la messa viene celebrata ogni settimana, nonostante in quella località siano presenti anche ribelli armati”. Indizio, questo, di quale potrebbe essere anche in futuro il ruolo della minoranza cristiana in Mali (meno del 5% della popolazione secondo le stime più recenti): una missione che, nelle parole di padre Sawadogo, “è quella della formazione, sia dei cristiani che dei musulmani, in modo da non far nascere quella diffidenza che rischia di infiammare tutto”.

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