Il futuro della televisione tollera l’immagine povera, ma deve offrire garanzia di autenticità

In Usa e nel resto del mondo, da un paio di anni, gli specialisti di contenuti si stanno spaccando la testa sul successo di Vice, un nuovissimo canale di giornalismo televisivo d’inchiesta. Fondato in Canada da Shane Smith, un signore di 46 anni con più tatuaggi che capelli, Vice (contrazione slang di “Voice”), in due anni è arrivato a fatturare più 300 milioni di dollari e l’impresa è stata già valutata più di 3 miliardi e mezzo di dollari. Pur con la sua immagine povera è adorato dai "millenials". Secondo alcune recentissimi indagini di marketing, il motivo è uno solo: i contenuti di Vice sono considerati “autentici”

Ecco come sarà il futuro della tv: “olistico” e “autentico”. Tutte le indagini internazionali più affidabili sulle tendenze nelle abitudini di consumo “mediatico” dicono che ormai non c’è più un predominio di un mezzo sull’altro. Televisione da salotto, web sul computer o in mobilità su smartphone e tablet: le piattaforme di distribuzione si stanno spartendo il mondo. Anche nel salto generazionale fra anziani e “millenials” (i giovani sotto i trent’anni), le differenze sono spalmate su comodi spartiacque che si collocano a metà degli universi percentuali. I “millenials”, è vero, guardano più video online ma non hanno abbandonato la tv del salotto (soprattutto se hanno figli). I “non-millenials”, da parte loro, sono fortemente attratti dalle nuove piattaforme tecnologiche. Il consumo di televisione, in altre parole, sarà “olistico”, più o meno equamente sparpagliato su tutte le piattaforme. La televisione, però, dovrà ripensare rapidamente i propri modelli di contenuti.

Il fenomeno Vice.  In Usa e nel resto del mondo, da un paio di anni, gli specialisti di contenuti si stanno spaccando la testa sul successo di Vice, un nuovissimo canale di giornalismo televisivo d’inchiesta. Fondato in Canada da Shane Smith, un signore di 46 anni con più tatuaggi che capelli, Vice (contrazione slang di “Voice”), in due anni è arrivato a fatturare più 300 milioni di dollari e l’impresa è stata già valutata più di 3 miliardi e mezzo di dollari. Nei video prodotti da Vice, in modo “olistico” (per tutte le piattaforme), si vedono i giovanissimi giornalisti viaggiare sui traballanti camion dei trafficanti di cocaina nei tortuosi sentieri delle Ande oppure partecipare (di nascosto) ai festeggiamenti dei terroristi dell’Isis nelle strade di Damasco. I giornalisti di Vice (più di duemila in tutto il mondo) sono tutti rigorosamente e senza eccezione sotto i trent’anni, prendono stipendi decisamente bassi (soprattutto se confrontati con i compensi dei loro colleghi dei media tradizionali) e sono convinti di partecipare ad una missione:

con il loro giornalismo sgangherato e sgrammaticato e le immagini rubate con gli smartphone cambieranno (e salveranno) il mondo.

Vice, neanche a dirlo, è adorato dai “millenials”.    Secondo alcune recentissimi indagini di marketing, il motivo è uno solo: i contenuti di Vice sono considerati “autentici”.

Immagine “povera”. Nell’era della tecnologia estrema, dell’alta definizione e del 3D, dovrebbe far riflettere il fatto che il nuovo modello di successo si basi su una definizione così “povera” dell’immagine televisiva. Quasi venti anni fa, San Giovanni Paolo II, proprio in Sudamerica, aveva fatto nascere la “Riial”, Red Informática de la Iglesia en América Latina. L’idea fortunata dell’iniziativa fu di usare una tecnologia “povera” per raggiungere tutti. Il modello venne studiato dall’Onu per superare il digital divide del terzo mondo e dalle più importanti aziende della tecnologia mondiale. Si tratta oggi, anche con il successo di Vice, di una rivoluzione copernicana per tutta l’industria televisiva del mondo. Lo ha detto “forte e chiaro” (così riferiscono coloro che lo hanno ascoltato) Mark Zuckerberg. In occasione del Mobile World Congress 2016, il CEO di Facebook ha spiegato che “la condivisione di video rappresenta, in termini di numeri e di trend internazionali, quello che la messaggistica mobile ha rappresentato nel 2011”.

Papa Francesco è stato il primo Pontefice ad affidare ad uno smartphone il proprio messaggio pastorale.

Nelle immagini sgranate e fuori formato di una ripresa amatoriale fatta da un amico con un telefonino dentro al Vaticano (la faccia di Bergoglio in primissimo piano), Papa Francesco ha detto: “è una lingua più semplice e più autentica, e questa lingua del cuore ha un linguaggio e una grammatica speciali. Una grammatica semplice. Due regole: ama Dio soprattutto e ama l’altro perché è tuo fratello e tua sorella”.

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