Libano: un presidente subito per salvare il Paese e la sua tradizione di convivenza

Il Libano, che un tempo veniva definito ‘la Svizzera del Medio Oriente’ per la sua importanza regionale, oggi vive una grave crisi politica causata dalla incapacità dei partiti cristiani di convergere su un nome del Presidente della Repubblica, carica vacante da oltre 20 mesi. Spetta, infatti, alla componente cristiana la carica presidenziale. Per questo immobilismo il Libano rischia di essere risucchiato dalla guerra siriana, dove sono coinvolti in prima persona l'Iran e l'Arabia Saudita, due attori regionali con grandi interessi nel Paesi dei Cedri. L'impegno della Chiesa maronita per dirimere la controversia interna ai partiti cristiani e il "grande miracolo" della solidarietà dei libanesi che da anni hanno aperto le loro porte ai rifugiati siriani, oggi arrivati a 1,4 milioni. L'appello dell'esarca maronita, Simon Faddoul, all'Occidente: "Salvate il Libano e la sua grande storia di convivenza!"

Da oltre 20 mesi senza Presidente, il Libano è teatro di una grave crisi politica con il suo equilibrio istituzionale messo in serio pericolo tanto dalle divisioni politiche interne quanto dalle tensioni regionali. Il sistema politico libanese si fonda, infatti, su una base confessionale che prevede che le più alte cariche dello Stato siano assegnate ai tre gruppi principali: il Presidente della Repubblica ai cristiano maroniti, il Primo ministro ai sunniti e il presidente del Parlamento agli sciiti. L’attuale paralisi istituzionale è provocata in particolare dalle divisioni dei partiti cristiani, schierati nei due principali blocchi contrapposti. Da una parte la “Coalizione 8 marzo” che annovera al suo interno il “Movimento Patriottico Libero” del generale cristiano maronita Michel Aoun, alleato del Partito sciita Hezbollah, schierato anche militarmente al fianco del regime siriano del presidente Assad, e dall’altra “Le Forze Libanesi” del leader politico, sempre maronita, Samir Geagea, alleato invece del partito sunnita “Futuro” guidato da Saad Hariri, appoggiato dall’Arabia Saudita e quindi ostile alla Siria di Assad. Un accordo sembrava essere stato raggiunto, quando il 19 gennaio scorso, con un annuncio a sorpresa Geagea aveva dato la disponibilità ad appoggiare la candidatura a Presidente del suo rivale, Aoun, di 82 anni. Un’alleanza trasversale che apre uno spiraglio nella crisi libanese e riaccende la speranza per un nuovo presidente.

“Dilemma politico”. Speranzoso ma prudente appare monsignor Simon Faddoul, maronita, fino a gennaio 2014 presidente di Caritas Libano e attualmente primo Esarca apostolico maronita per l’Africa centrale e occidentale. “Questo vuoto costituzionale determinato dall’assenza del Presidente – afferma – sta avendo serie ricadute nel Paese”. Una su tutte l’impossibilità di indire nuove elezioni parlamentari. Le divisioni tra i cristiani libanesi che sta impedendo loro di convergere su un nome unico è, per l’Esarca, “un dilemma politico” che nemmeno l’impegno in prima linea della Chiesa locale, capitanata dal patriarca maronita, cardinale Boutros Bechara Rai, riesce a dirimere. “Sono anni – spiega mons. Faddoul – che cerchiamo una riconciliazione tra partiti e coalizioni e quando si sono riconciliate sono nate altre controversie. È un problema politico – ammette – e non possiamo fare molto a riguardo se non ricordare a tutti di tenere sempre presente il bene comune di tutti i libanesi”. L’idea è che il destino del Libano si giochi su altri tavoli. Dopo la guerra civile (1975-1990), che ne modificò gli assetti interni e i rapporti con i Paesi vicini, il Libano è sempre stato al centro degli interessi dei più importanti attori della regione mediorientale, Israele, Siria, Arabia Saudita, Iran e oggi anche Turchia e Qatar, subendone influenze e pressioni.

“Sfortunatamente assistiamo a una situazione in cui i principali protagonisti politici non sono altro che marionette nella mani di potenze straniere, sia regionali che internazionali”

dice senza mezzi termini l’Esarca, citando in particolare “Arabia saudita e Iran. Fino a quando i politici libanesi non si libereranno da questi lacci stranieri non ci potremo muovere in nessuna direzione”. E ancora con più chiarezza: “In gioco non c’è solo l’ostinazione politica ma anche il fatto che alcuni hanno venduto la loro buona volontà a qualcun altro.

Il futuro è quanto mai problematico quando non puoi decidere del tuo futuro e quando devi aspettare qualcuno che ti dica cosa fare e come. Il Libano deve risolvere i suoi problemi al suo interno senza influenze esterne”.

Sganciare il Paese dalle influenze iraniane e saudite è necessario. Dunque un ‘no’ deciso a “logiche di allineamento politico o geopolitico”, come auspicato dallo stesso patriarca Rai.

Il miracolo della solidarietà. Grave la situazione politica, grave quella economica e sociale, gravi i rischi per la sicurezza interna. La guerra a distanza tra Arabia Saudita e Iran rischia di tracimare anche in Libano “se dovesse protrarsi questa situazione di vuoto politico”. “Un coinvolgimento del Libano nel conflitto siriano – spiega mons. Faddoul – sarebbe una tragedia”. Come quella che vivono l’1,4 milioni di rifugiati siriani nel Paese dei Cedri che di abitanti ne conta solo 4,5 milioni”. Per questo l’esarca non esita a parlare di “miracolo dell’accoglienza compiuto dalla solidarietà libanese.

C’è chi ha aperto la propria casa, chi il proprio cuore, chi le proprie mani. Abbiamo scelto di condividere il pane ed è forse questo che ci sta salvando.

Spero che la comunità internazionale non faccia mancare il suo apporto”. Tanti i bisogni dei siriani: “cibo, medicine, vestiti, abitazioni, scuole, assistenza sanitaria”. Tante anche le tensioni: “i libanesi si lamentano dei siriani rei di percepire salari minimi e dunque di ottenere più lavori”. Tuttavia, conclude mons. Faddoul, “il Libano continua ad essere un esempio di coesistenza tra cristiani e musulmani. Dobbiamo preservare questa eredità. Dovere del mondo occidentale è salvare il Libano perché continui sulla strada verso la pace e la giustizia”.

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