Il caso Spotlight: un pugno nello stomaco che ha aperto la strada alla tolleranza zero

Il film è girato benissimo, gli attori sono credibili, il ritmo è sostenuto ma anche preciso nelle varie sequenze di una inchiesta che ha richiesto tempo e verifiche. Una vicenda disumana che ha sconvolto la Chiesa statunitense e ha aperto la strada a un profondo processo di purificazione avviato da Papa Benedetto anche in Europa e che è stato proseguito con energia e determinazione da Papa Francesco. E' stato segnato un punto di non ritorno

Due sono le cose che provocano un pugno allo stomaco quando si legge un Rapporto sugli abusi sessuali commessi da sacerdoti sui bambini. La prima sono i racconti delle vittime. La violenza si consuma quasi sempre in ambienti nascosti all’ombra di crocifissi, sacrestie e campetti di calcio. Le vittime vengono prima raggirate, assicurate e poi condotte in maniera subdola sulla strada dell’oscurità. Il termine usato oggi nei Rapporti per indicare i protagonisti di queste storie, non è quello di “vittima” ma di “sopravvissuto”. E la ragione è semplice quanto mai atroce: l’esperienza vissuta è talmente potente da condurre le vittime ad una vita di disperazione che lascia dentro un segno indelebile. Spesso porta ad uso di alcol e droga, in alcuni casi addirittura al suicidio. Chi trova il coraggio di dare voce all’indicibile lo fa solo dopo molti anni.

L’altra cosa che sorprende come uno schiaffo improvviso sul volto è l’entità del fenomeno, il numero delle vittime e dei carnefici posti nelle tabelle in allegato. Quasi sempre si tratta di centinaia di minori abusati. E spesso sono decine le vittime violentate da uno stesso carnefice. Segno di un male così profondo che si sprigiona con una energia potente e distruttiva.

Un pugno allo stomaco. Non ci sono altri termini per descrivere la visione de “Il caso Spotlight”, il film in questi giorni nei cinema italiani candidato ai premi Oscar. Il film è girato benissimo, gli attori sono credibili, il ritmo è sostenuto ma anche preciso nelle varie sequenze di una inchiesta che ha richiesto tempo e verifiche. E’ la storia del team di giornalisti investigativi del Boston Globe soprannominato Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata col Premio Pulitzer. 600 saranno poi le storie pubblicate dal giornale e 249 i preti e i religiosi accusati . Una inchiesta che portò ad indicare come primo responsabile di “un sistema” omertoso l’allora arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, che nel dicembre del 2002 fu costretto a dare le dimissioni. L’accusa più dura la rivolge nel film l’avvocato delle vittime: “Se ci vuole un paese per crescere un bambino, ci vuole un paese per abusarlo”.

Il film si chiude così. Ma la storia no. Se si fosse chiusa così, la Chiesa sarebbe ancora un luogo buio, pericoloso, addirittura mafioso. Per fortuna, è andata avanti ed ha aperto nella Chiesa cattolica, non solo degli Stati Uniti, il capitolo più difficile e doloroso della sua storia permettendo però di fare chiarezza, prendere atto del male commesso e capire come non ripeterlo più.

Il caso Spotlight è stato pagato milioni di dollari. A seguito delle richieste di risarcimento, tre diocesi avviarono in pochi mesi la procedura di bancarotta (l’arcidiocesi di Portland, la diocesi di Tucson e la diocesi di Spokane).  Ma il danno economico è solo la ferita più superficiale. Quando il cardinale Sean Patrick O’Malley prese in mano le redini dell’arcidiocesi, trovò gente arrabbiata. Molti avevano abbandonato la Chiesa. Furono anni in cui l’arcivescovo decise di rompere il muro dell’omertà e  incontrare le vittime e le loro famiglie. “Molti non c’erano più – racconta l’arcivescovo -: tanti si erano suicidati o erano morti di overdose. Per me è stato un grande privilegio poterli incontrare: ho capito il dolore che hanno patito e ho imparato l’umiltà”.

Nel biennio 2009-2010, altri casi hanno sconvolto come una bufera la Chiesa cattolica in Europa, coinvolgendo paesi come Irlanda, Austria, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Svizzera, Regno Unito con una valanga di accuse e rivelazioni. Con coraggio, dall’Irlanda al Regno Unito, i vescovi hanno risposto a quelle accuse, chiedendo prima di tutto perdono e poi incontrando ovunque le vittime per esprimere dolore e vergogna. In alcuni casi i vescovi coinvolti sono stati costretti a dimettersi. E’ una storia di sangue e lacrime ma oggi Francia, Belgio, Irlanda, Regno Unito ma anche Stati Uniti si sono dotati di linee guida che garantiscono formazione adeguata nei  seminari ma anche processi di sicurezza in ogni parrocchia. Il risultato è una politica di trasparenza e piena collaborazione con le forze dell’ordine tanto che oggi i vescovi inglesi sono in grado di dire in tutta sicurezza che “tutte le accuse di abuso denunciate alla Chiesa in Inghilterra e Galles sono state immediatamente trasmesse alla polizia”.

E’ stato per primo papa Benedetto XVI ad inaugurare la politica della tolleranza zero con una lettera ai cattolici di Irlanda che ha fatto scuola. E il 22 marzo del 2014 papa Francesco ha istituito una commissione ad hoc per la tutela dei minori. A guidarla è stato chiamato proprio il cardinale O’Malley che proprio nei giorni scorsi è tornato a ribadire che “i crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più”.

Il caso Spotlight? Un pugno allo stomaco ma anche un punto di non ritorno. Che dice, anzi grida oggi alla Chiesa che è meglio intraprendere la strada della trasparenza e della tolleranza zero. Dall’altra parte del bivio c’è solo il prezzo di uno scandalo che è poi molto caro da pagare.

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