Ad Aleppo si continua a morire. Il vicario: “Se Usa e Arabia saudita fossero sinceri, dovrebbero unire i loro sforzi a quelli russi”

Continua l'assedio di Aleppo. Con la popolazione allo stremo, la città martire siriana è sempre più terreno di battaglia di una guerra per procura combattuta da grandi potenze straniere che appoggiano le tante fazioni armate in lotta contro il regime di Assad, sostenuto a sua volta da Iran e Russia. Il fragile accordo di Monaco non sembra aver fermato le ostilità che proseguono in attesa di un cessate il fuoco, concordato, e delle operazioni di consegna degli aiuti umanitari alle città assediate. "Basta ipocrisie" è il grido del vicario apostolico di Aleppo, mons. Georges Abou-Khazen che punta l'indice: "se Usa e Arabia saudita fossero sinceri nel combattere il terrorismo dovrebbero unire i loro sforzi a quelli russi. Invece si ha come l’impressione che non vogliano farlo seriamente”. Più che fondata la preoccupazione di Papa Francesco e del patriarca di Mosca, Kirill, nel mettere in guardia il mondo dai rischi di una nuova guerra mondiale. Non più a "pezzi"

“Siamo da diversi giorni sotto continui bombardamenti sui civili causando morti, feriti e distruzione. La notte scorsa nei nostri quartieri ci sono state 4 vittime tra i cristiani e più di quindici feriti, oltre le case e gli appartamenti danneggiati. Ho appena celebrato il funerale di un nostro fedele ucciso da un colpo di mortaio. Morto anche il fratello di una nostra scout. La famiglia ha visto la propria abitazione cancellata dalle bombe. Ma a morire sono tutti, non solo cristiani. Le bombe e i razzi non fanno distinzione”. Monsignor Georges Abou-Khazen, vicario apostolico di Aleppo, racconta così l’ennesimo capitolo dell’agonia della città martire siriana, assediata da anni e contesa dalle varie parti in lotta, esercito regolare, ribelli antigovernativi e jihadisti di diverse sigle da Al Nusra all’Esercito della Conquista per finire ai tagliagole del Daesh del califfo Al Baghdadi. “Da oltre cinque mesi siamo senza elettricità e da oltre un mese privi di acqua, erogazioni tagliate dai ribelli che controllano alcune parti della città. Nelle periferie e nelle campagne si combatte. Speriamo che ciò non accada nel centro, sarebbe una carneficina senza precedenti” dice al telefono da Aleppo. La speranza nutrita dal francescano è che “l’esercito ne riprenda il controllo totale. La popolazione è stremata. L’unico canale aperto è la strada che porta a Damasco, per la quale arrivano approvvigionamenti e medicine, ma non bastano. Servono aiuti umanitari subito – è l’appello di mons. Abou-Khazen – ma è urgente anche ricordare questa guerra al mondo, perché non venga dimenticata. L’opinione pubblica mondiale faccia pressione perché si arrivi a un dialogo tra i siriani. Un combattente ceceno, libico, afgano, iracheno o europeo di cosa potrebbe parlare se dovesse sedersi a un tavolo negoziale? Forse paesi come l’Arabia Saudita potrebbero insegnare la democrazia alla Siria?”.

Basta con le ipocrisie. Non usa giri di parole il vicario per denunciare questa sofferenza e indica quelli che, a suo parere, ne sono i principali colpevoli: “quei gruppi che molti chiamano ‘opposizione moderata’ sostenuta e armata da potenze straniere sono coloro che bombardano. Sono jihadisti.

Se Usa e Arabia Saudita fossero sinceri nel combattere il terrorismo dovrebbero unire i loro sforzi a quelli russi. Invece si ha come l’impressione che non vogliano farlo seriamente”.

L’esito del negoziato di Monaco di Baviera condotto dalle 17 potenze mondiali, Usa e Russia in testa, dell’International Syria Support Group, sembra dare ragione a mons. Abou-Khazen. Nonostante l’accordo sul ‘cessate il fuoco’ e sulla consegna degli aiuti umanitari alle città assediate, le ostilità non si fermano. La risoluzione definitiva del confronto in Siria è sempre più legata a filo doppio al destino del presidente Bashar al-Assad, sostenuto dal presidente Putin e dall’Iran. Per il vicario

“è tempo di dire basta all’ipocrisia. Invece di boicottare i negoziati di pace favorendo l’intervento di forze regionali per impedire l’avanzata dell’esercito regolare, le grandi potenze dovrebbero sedersi a un tavolo e, con sincerità, promuovere le trattative tra siriani, governo e opposizione quella composta da siriani e non da stranieri.

Contestualmente urge far cessare subito i bombardamenti e aprire canali umanitari. La riconciliazione è possibile tra siriani e così facendo si eviterebbero ulteriori spargimenti di sangue e distruzioni. È bene dirlo: l’80% dei combattenti sul terreno oggi è composto da stranieri”.

Il quadro resta inquietante. Aleppo, oggi più che mai, è diventata il terreno di un conflitto per procura in cui le potenze mondiali appoggiano le diverse fazioni rivali. Dalla battaglia di Aleppo dipende in buona parte l’esito della guerra siriana e di conseguenza il futuro assetto mediorientale. Il quadro è inquietante: aerei russi e siriani che bombardano per aprire e coprire l’avanzata all’esercito regolare di Assad e ai suoi alleati iraniani, libanesi e iracheni. A fronteggiarli diverse armate ribelli foraggiate e equipaggiate da Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Usa. Questi ultimi hanno più volte intimato alla Russia di sospendere i raid aerei contro la cosiddetta ‘opposizione moderata’, ottenendo reiterati ‘niet’. A complicare gli assetti in campo le forze curde, appoggiate sia dagli Usa che dalla Russia, e non solo in funzione anti Daesh. Non basta la rassicurante dichiarazione di Barack Obama e di Vladimir Putin di “intensificare la cooperazione” tra i loro Paesi a dipanare la matassa degli interessi in gioco in Siria. Sono molto preoccupati Papa Francesco e Kirill, patriarca di Mosca che, nella dichiarazione congiunta firmata a Cuba il 12 febbraio, esortano “tutte le parti che possono essere coinvolte nei conflitti” a scongiurare “il terrorismo” e i cristiani a “pregare il provvidente Creatore del mondo perché protegga il suo creato dalla distruzione e non permetta una nuova guerra mondiale”. “Bisogna fare presto – conclude mons. Abou-Khazen – perché la Siria rischia di essere cancellata”. I dati lo stanno tragicamente a confermare. Secondo il Syrian Centre for Policy Research (Scpr) in 5 anni di guerra i morti sarebbero 470mila, il doppio della cifra stimata dall’Onu. Di questi ben 70mila sono morti per mancanza di medicine, acqua potabile e cibo. Il resto per scontri a fuoco e bombardamenti. Secondo le Nazioni Unite, infine, gli sfollati che hanno perso la casa sono 6,5 milioni, 13,5 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria, 2,8 milioni di loro nella regione di Aleppo.

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