Stati Uniti, i temi più gettonati nella lunga partita delle primarie: immigrazione, economia e armi

Il partito repubblicano e quello democratico (che ha espresso nel 2008 l'attuale presidente Obama) si contendono la Casa Bianca. Ma il percorso fino al voto finale, previsto per l'8 novembre, è lungo. Il primo test per la scelta dei candidati si è svolto nell'Iowa.  Il peso del voto cattolico

Arrivano da questa settimana i primi test elettorali per i candidati alla presidenza degli Stati Uniti d’America: le primarie servono per identificare il candidato repubblicano e quello democratico che si contenderanno la Casa Bianca. Tra i repubblicani si profila un testa a testa tra l’imprenditore miliardario Donald Trump e il senatore evangelico Ted Cruz; tra i democratici invece va in scena lo scontro tra l’ex segretario di Stato, Hillary Clinton, e il democratico-socialista Bernie Sanders. Siamo ai nastri di partenza di un tortuoso percorso a ostacoli: vale allora la pena dare uno sguardo ai grandi temi al centro di questa campagna, che si concluderà con il voto del prossimo 8 novembre.

 

Tra le fila dei repubblicani. In casa repubblicana – il simbolo del partito è un elefantino – i punti nodali sono l’immigrazione, la risposta all’Isis, l’abrogazione dell’Obamacare (la legge sanitaria fiore all’occhiello della presidenza di Barack Obama), la granitica difesa del diritto di possedere armi senza doversi sobbarcare controlli eccessivi. Non da ultimo la drastica riduzione del debito pubblico. Nello spettro dei candidati in lizza le posizioni più estreme sono quelle dell’imprenditore Donald Trump leader nei sondaggi. Nel rodato comizio-show che ripete dagli stadi dell’Alabama ai pizza-ranch dell’Iowa, sull’immigrazione dice: “Costruiremo un grande e bellissimo muro lungo il confine con il Messico, e a pagare il conto sarà il Messico”. Sul terrorismo internazionale ha una ricetta pronta: “Dobbiamo bombardare come pazzi il petrolio dell’Isis”. In fatto di armi: “Se a Parigi durante gli attacchi qualcuno delle vittime avesse avuto una pistola forse le cose sarebbero andate diversamente”. E poi sul commercio internazionale: “La Cina ci sta spennando vivi, non possiamo affidare le negoziazioni con Pechino a dei politicanti senza il senso degli affari”. Da qui la necessità, secondo la narrazione di Trump, di un uomo scaltro come lui. Insomma, tanti slogan, pochi ragionamenti articolati. Trump si auto-presenta come l’uomo forte e giusto per rimpiazzare un presidente “che non sa vincere”. Per ora queste ricette da bar sembrano incantare l’elettorato, specie quello non avvezzo alle urne, gente stufa di “political hacks”, quei politici per tutte le stagioni contro cui il businessman Trump punta il dito. Dal canto suo il senatore Ted Cruz, propone un’agenda simile, sia pure più temperata, e tra le priorità inserisce anche l’esigenza di riformare il fisco, e di chiudere le “sanctuary cities”, città che seguono procedure poco rigide nei confronti di immigrati illegali. L’abrogazione di Obamacare è anche per lui un must. Da cristiano battista ha una posizione di forte opposizione all’aborto, e a qualsiasi finanziamento pubblico a organizzazioni che lo praticano, e si schiera dalla parte della famiglia tradizionale, contro quelli che definisce i “New York values”, i valori di New York, una definizione che lo ha portato ai ferri corti con il newyorchese Trump.

 

In casa democratica. Riduzione della disparità crescente tra ricchi e poveri, aumento dei salari minimi, maggiore sicurezza in fatto di armi, limitandone la diffusione. Sono questi alcuni dei temi prevalenti nei dibattiti dei due candidati democratici che si contendono la nomination. Tra i Dem – simbolo un asinello – si parla più di economia che di interventi in Medio Oriente o immigrazione. Il candidato più a sinistra, Bernie Sanders, ripete in comizi e dibattiti che “il salario minimo deve essere portato a 15 dollari l’ora”, ci dev’essere “un sistema sanitario sostanzialmente di tipo europeo” ed è necessario “riformare alla radice” il sistema di finanziamento delle campagne elettorali (generose lobby legate a Wall Street riempiono i candidati di quattrini e poi li tengono in scacco una volta eletti). Hillary Clinton ha posizioni più moderate, ma il focus della sua campagna è “l’innalzamento dei salari della classe media” e un ulteriore “passo in avanti in ambito sanitario”,migliorando la legge simbolo dell’era-Obama “senza stravolgerla”. La Clinton è meglio finanziata di Sanders, eppure il canuto senatore, 74 anni, piace moltissimo ai giovani democratici: un esercito di volontari si sta mobilitando, e lui sogna di essere il nuovo Obama.

 

Candidati cattolici. In lizza figurano candidati dichiaratamente cattolici. Tra i democratici c’è Martin O’Malley, lontano nei sondaggi da Clinton e Sanders, ma forse per lui si tratta di una prova generale per il 2020. Di origine irlandesi, istruito in scuole cattoliche e pubblicamente cattolico (ha recentemente dichiarato al magazine “Esquire” che uno dei suoi modelli più significativi è stato un padre gesuita), è su posizioni liberali in fatto di diritti. Tornando ai repubblicani, c’è il senatore della Florida, Marco Rubio, di origini cubane. Secondo l’autorevole quotidiano “Politico” sta giocando a risparmiarsi per poi uscire alla distanza, ma non sembra distinguersi per nessuna particolare proposta. Jeb Bush, figlio e fratello di presidenti, il più finanziato dei candidati repubblicani e sostenuto dall’establishment del partito, si sta rivelando un flop. Bollato fin dall’inizio da Trump come “low energy”, “fiacco”, per il suo stile pacato e più incline al ragionamento che all’insulto, la sua campagna non ha mai preso il volo. I cattolici in America rappresentano grosso modo un quarto della popolazione. Tradizionalmente il voto cattolico era orientato verso il partito repubblicano, oggi tende a dividersi più equamente tra i due partiti.

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