Obama dichiara guerra alle armi e trova l’appoggio dei cattolici. 30mila morti l’anno negli States

Il presidente degli Stati Uniti ha reso noti alcuni decisi provvedimenti contro il dilagare della violenza e il proliferare di pistole e fucili di ogni tipo. "Positivo passo avanti", secondo Christopher Hale dei “Cattolici in alleanza per il bene comune”. Sostegno, su questo fronte, dei vescovi e dell'associazionismo cristiano

Grande soddisfazione delle associazioni, dei gruppi e dei leader cattolici americani per le nuove misure anti-armi decise dal presidente Barack Obama. “I decreti del presidente sono un positivo passo avanti verso la fine dello scandalo della violenza da armi da fuoco che continua ad affliggere il nostro Paese”, spiega Christopher Hale, direttore esecutivo dell’associazione Catholics in Alliance for the Common Good.

 

Il ruolo del Congresso. I “Cattolici in alleanza per il bene comune” hanno chiesto al Congresso di seguire l’esempio del presidente Obama, su questo tema “dalla parte giusta della barricata”, e di agire di conseguenza. “Adesso tocca al Congresso prendere in mano la situazione e avverare il sogno del profeta Isaia, ‘forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’”. Hale ha ricordato l’importanza delle parole pronunciate da Papa Francesco lo scorso settembre davanti al Congresso americano nel tenere alta la priorità di un intervento deciso in materia. “Perché – aveva detto il Papa – armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e società? Purtroppo, la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema”.

 

La voce dei vescovi. Da anni i vescovi statunitensi chiedono severe misure anti-armi a entrambi i partiti, democratici e repubblicani, riassunte in particolare nella lettera al Congresso di monsignor Stephen Blaire dell’aprile 2013 in cui chiedeva, a nome della Chiesa cattolica, controlli efficaci del background di chiunque acquisti armi; una legge che renda il traffico di armi un crimine federale, e il divieto universale della vendita di armi d’assalto. Più in generale

i vescovi Usa avevano chiesto che le armi (fatte salve le necessità di poliziotti e militari) fossero sostanzialmente tolte dalla circolazione.

Accanto ai vescovi si sono mobilitate, nel tempo, tante voci di laici cristiani, così pure i media cattolici, numerosi parroci e associazioni caritative e di volontariato.

 

Decreti d’urgenza. Il 5 gennaio Obama ha annunciato una serie di “executive action”, decreti d’urgenza. I rivenditori di armi dovranno ottenere una licenza federale, compresi quelli che operano su internet. I commercianti dovranno controllare la fedina dei loro clienti e segnalare i casi dubbi. Saranno messi a disposizione più soldi (500 milioni di dollari) per curare le persone con problemi psichiatrici, più suscettibili alla violenza contro se stessi e verso gli altri. Ci dovrà essere un salto di qualità tecnologico per rendere le armi più sicure con meccanismi che, per esempio, non permettano a un bambino di premere il grilletto. Queste misure sono la copia sbiadita di quelle proposte all’indomani della tragedia della scuola elementare Sandy Hook nel 2012 poi bocciate dal Congresso. E il Congresso potrebbe vanificare anche queste. Ma Barack Obama ha messo in guardia gli avversari: dovranno assumersi la responsabilità di fermare una normativa che “la maggior parte degli americani vuole”, ha affermato.

 

Convenienti reticenze. Se i repubblicani sono in gran parte a favore della possibilità dei cittadini di possedere armi, anche i democratici hanno per lungo tempo evitato il problema, per paura di perdere voti in Stati “dem” in cui però la passione per le armi è politicamente trasversale. C’è poi da considerare il ruolo della potente lobby delle industrie statunitensi che producono ogni tipo di arma. “Quello delle armi è un terreno minato”, spiega al Sir, Bill Schneider, professore di Public Policy alla George Mason University. “Prima del tentativo post-Sandy Hook, l’ultima volta che i democratici ci provarono per davvero fu nel settembre 1994. Il Congresso a maggioranza dem approvò il divieto di possedere fucili d’assalto e il presidente Bill Clinton lo sottoscrisse. A novembre dello stesso anno i democratici persero la maggioranza in Congresso. Da quel momento in poi i Democrats si sono guardati bene dall’agire in materia”. E la campagna elettorale per le presidenziali di novembre, già entrata nel vivo, potrebbe complicare le cose.

 

Una scia di sangue. La decisione del presidente Obama di imporre maggiori controlli sulle armi arriva dopo una terrificante serie di uccisioni di massa. Basti pensare al massacro di Newtown in Connecticut in cui, il 14 dicembre 2012, furono uccisi 20 bambini e sei persone che lavoravano alla scuola elementare Sandy Hook. O alla tragedia del cinema di Aurora in Colorado, il 20 luglio del 2012, in cui persero la vita 12 persone uccise da James Holmes. L’inquilino della Casa Bianca, annunciando le nuove misure contro le armi, ha citato – in lacrime – anche i casi di Santa Barbara, Charleston, San Bernardino, ricordando le 30mila vittime l’anno legate all’uso delle armi da fuoco.

 

Gun lovers. Negli anni, come ha scritto per esempio lo storico Richard Hofstadter,

la “gun culture” si è “cristallizzata” nel Dna americano.

Soprattutto di quella popolazione sparpagliata dal West Virginia al Texas, per la quale il fucile è parte dell’identità. “L’immagine del pioniere-cacciatore, che con la rivoltella si difende da animali selvaggi e nemici, è stata fortemente romanzata”, ci spiega Jimmy D. Taylor, professore associato di sociologia alla Ohio University e autore dello studio “American Gun Culture”. “Col tempo le armi sono divenute simbolo di patriottismo, di libertà e di un certo tipo di virilità”. Ora occorrerà verificare se questi decreti d’urgenza costituiranno l’inizio di un percorso verso un nuovo rapporto tra americani e armi.

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