La figura di Gesù nel cinema e in tv: lo sguardo sulla Croce

Cinema ma anche fiction Tv si interrogano sulla figura di Gesù: dai quadri del cinema muto firmati Méliès o Zecca, ai kolossal spettacolari di DeMille a Hollywood, non scordando certo le narrazioni in sottrazione di taglio europeo, da Pasolini a Columbu

Sin dalla nascita del cinema, sul finire dell’Ottocento, la figura di Gesù e, in generale, gli episodi biblici sono stati al centro del racconto cinematografico, temi ricorrenti nelle diverse industrie culturali, tra Italia, Europa e Stati Uniti. “Vues représentant la vie et la passion de Jésus Christ” (1897) dei fratelli Lumiére, “Le Christ marchant sur les eaux” (1898) di George Méliès e “La Vie et la Passion de Jésus Christ” (1902-1907) di Ferdinand Zecca sono le prime trasposizioni riguardanti la vicenda di Cristo. È un cinema muto, privo di un vero e proprio linguaggio, d’impianto ancora profondamente teatrale.

A Hollywood Gesù diventa un kolossal

Tra gli anni Dieci e gli anni Venti, poi, si affermano i primi kolossal, soprattutto storico-religiosi; tra i precursori troviamo l’italiano “Cristus” (1916) di Giulio Antamoro. Ma è Cecil B. DeMille a Hollywood ad affermarsi come il più grande regista del genere, firmando anzitutto “I dieci comandamenti” (“The Ten Commandments”) – la prima versione è del 1923, la seconda del 1956 – ma anche “Il Re dei re” (“The King of Kings”, 1927). Sempre della Hollywood Classica sono poi “La tunica” (“The Robe”, 1953) di Henry Koster, “Ben Hur” (“Ben-Hur: A Tale of the Christ”, 1959) di William Wyler, “Il Re dei re” (“The King of Kings”, 1961) di Nicholas Ray e “La più grande storia mai raccontata” (“The Greatest Story Ever Told”, 1965) di George Stevens.

Nell’industria culturale hollywoodiana, però, a ben vedere la storia di Gesù è raccontata principalmente in chiave spettacolare, dando risalto ai prodigi della tecnica e trascurando la complessità del racconto.

Una “sterilizzazione della figura di Gesù, privata dei suoi aspetti più disturbanti e scomodi, e relegata negli angusti steccati di una morale asettica” (D.E. Viganò, Gesù e la macchina da presa, Città del Vaticano 2005, p. 14).

Povero e intenso, è lo sguardo sulla croce di Pasolini

La spettacolarizzazione che Hollywood fa di Gesù si esaurisce all’inizio degli anni Sessanta, con un profondo cambiamento dell’industria statunitense, tra crisi del settore, ricerca di nuovi temi-linguaggi e, in generale, di nuovo pubblico più giovane.

In Europa l’approccio è però diverso: molti autori, credenti o meno, si confrontano con la figura di Gesù, ricorrendo a una messa in scena povera, in sottrazione.

Caso esemplare è “Il Vangelo secondo Matteo” (1964) di Pier Paolo Pasolini; il regista arriva a indagare la figura di Cristo attraverso un percorso graduale, una riflessione avviata con “Accattone” (1961) e proseguita in maniera più evidente con “Mamma Roma” (1962) e “Ricotta” (1963). Uno sguardo sorprendente, originale e poetico, libero da orpelli a favore di un’attenzione maggiore verso il Vangelo. Pasolini “ha rifiutato le esteriori occasioni di commozione alla Cecil B. DeMille, le ricostruzioni pseudostoriche alla Nicholas Ray, il pastiche di sacro e profano a cui il normale standard delle produzioni bibliche e cosiddette “religiose” ci ha abituato, ed ha riscoperto una direzione più antica” (L. Castellani, Il Vangelo secondo Matteo, in “Rivista del Cinematografo”, nn. 9-10, 1964, pp. 430-434).

Gesù tra musical e miniserie Tv

Negli anni Settanta l’industria hollywoodiana accantona le costose produzioni religiose in cerca di innovazione: è “Jesus Christ Superstar” (1973) di Norman Jewison – ispirato al musical firmato da Andrew Lloyd Webber e Tim Rice – il film manifesto della nuova stagione, un ritorno alla figura di Cristo, accompagnato da atmosfere hippy e musica rock. Ancora, sono gli anni della commedia irriverente inglese “Brian di Nazareth” (“Life of Brian”, 1979) di Terry Jones con i Monty Python o del complesso “L’ultima tentazione di Cristo” (“The Last Temptation of Christ”, 1988) di Martin Scorsese, dal romanzo di Nikos Kazantzakis.
Negli stessi anni in Italia troviamo “Il Messia” (1975) di Roberto Rossellini, con un approccio storico-educational – suo anche “Atti degli Apostoli” (1968) per la Rai –, e “Gesù di Nazareth” (1977) di Franco Zeffirelli, imponente coproduzione internazionale targata Rai. Al cinema invece passiamo da “L’inchiesta” (1986) di Damiano Damiani ai “I giardini dell’Eden” (1998) di Alessandro D’Alatri, che prova a ricostruire gli anni della vita di Gesù non menzionati dai Vangeli.

Dato interessante è soprattutto l’affermazione, tra fine anni ‘80 e inizio anni ‘90, del genere biblico-cristologico nelle fiction Tv.

Si va da “Un bambino di nome Gesù” (1987-89) di Franco Rossi per il gruppo Fininvest al Progetto Bibbia, importante produzione internazionale guidata da Rai e Lux Vide: da “Genesi” (1994) diretto da Ermanno Olmi a “San Giovanni. L’apocalisse” (2002) di Raffaele Mertes, toccando ascolti record con la miniserie “Jesus” (1999) di Roger Young.

Da Gibson a Columbu, sempre sulle tracce di Gesù

Anni Duemila, con “La Passione di Cristo” (“The Passion of the Christ”, 2004) di Mel Gibson ritorna una nuova attenzione a Hollywood verso la storia di Gesù e, in generale, verso la Bibbia. Del periodo è “Nativity” (“The Nativity Story”, 2006) di Catherine Hardwicke, il ciclo tv in “The Bible” (2013) prodotto per History Channel sino ai recenti “Piena di grazia” (“Full of Grace”, 2015) di Andrew Hyatt e “Risorto” (“Risen”, 2016) di Kevin Reynolds.

In Italia l’approccio alla vicenda di Gesù continua a seguire invece i canoni di un cinema spoglio di abbellimenti, richiamando la lezione di Pasolini o di Robert Bresson.

Tra gli esempi “Io sono con te” (2010) di Guido Chiesa, ma soprattutto “Su Re” (2013) di Giovanni Columbu, la Passione di Cristo ambientata nel paesaggio brullo della Sardegna, tutto in dialetto. Una poesia per immagini.

(*) Commissione nazionale valutazione film Cei

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