Lotta alla povertà e periferie: lo sviluppo passa da qui

Il traguardo di una società pienamente umana, rispettosa della dignità della persona e capace di guardare agli ultimi e a coloro che vivono nelle periferie come fonte di speranza per innescare il circolo virtuoso dello sviluppo, piuttosto che come un problema da gestire, è ancora lungo e ricco di ostacoli. Non sembra, purtroppo, che le politiche di lotta alla povertà che timidamente si vedono all’orizzonte si ispirino ad una visione profonda del problema e delle modalità stesse attraverso cui avviene lo scambio sociale. Compito dei credenti è, allora, non solo testimoniare la solidarietà nella vita quotidiana ma, partendo dalla propria esperienza di fede, contribuire alla costruzione stessa di una sensibilità comune capace di dar vita ad una visione programmatica capace di spezzare le catene della povertà e, così facendo, rilanciare la crescita del Paese

La lotta alla povertà sembra improvvisamente essere tornata al centro dell’agenda politica. A testimoniarlo non c’è solo la “legge contro la povertà”, finalmente approvata dal Senato e che include la creazione del reddito di inclusione – un aiuto di circa 480 euro al mese destinato a 400mila tra i nuclei familiari che si trovano sotto la soglia di povertà – ma anche la recente sottoscrizione di 24 protocolli d’intesa per il rilancio delle periferie degradate delle grandi città.
Si tratta di risorse pubbliche messe a disposizione per la realizzazione di interventi edilizi concernenti la manutenzione e la sistemazione di aree pubbliche e strutture edilizie esistenti, di progetti di mobilità sostenibile e di realizzazione di infrastrutture destinate a servizi sociali e culturali, educativi e didattici, nonché, di piani finalizzati ad aumentare la sicurezza e la resilienza urbana, il potenziamento dei servizi su scala urbana, l’inclusione sociale e la realizzazione di nuovi modelli di welfare urbano.

Non è certamente la soluzione dei problemi, che sono ben più complessi e stratificati nel tessuto sociale del Paese, ma è certamente un segnale da valutare positivamente.

Se non altro, perché l’improvvisa accelerazione dell’esecutivo sul terreno dei diritti sociali, in parte indotta proprio dalla sconfitta al referendum, ha determinato un’inevitabile rincorsa di pressoché tutti gli schieramenti politici a declinare in proposte programmatiche (in qualche rara eccezione) e in slogan (nella maggioranza dei casi) una ritrovata sensibilità sui temi della lotta alla povertà e del recupero delle periferie.

C’è da chiedersi quanto durerà e, soprattutto, se la politica nel suo complesso sarà in grado di tradurre slogan, piani e progetti in azioni concrete, slegate da calcoli elettorali, promuovendo (vere) riforme strutturali.

Spesso inascoltati, attingendo alla visione antropologica espressa dalla dottrina sociale della Chiesa, continuiamo a ripeterlo da tempo: il vero problema del Paese è rappresentato della qualità della sua cornice istituzionale che, a sua volta, incide negativamente sia sulla competitività del nostro sistema imprenditoriale che sulla coesione sociale, producendo fenomeni di esclusione e di degrado sociale.

È su questo terreno, infatti, che si generano povertà e fenomeni di esclusione sociale come avviene nelle periferie delle grandi città, quelle materiali ed esistenziali, ove si accumula il disagio e il rischio di cedere a adescamenti pericolosi per la sicurezza individuale e sociale. Proprio laddove la rabbia sociale prende gradatamente forma di ribellione organizzata, infatti, tutto diventa possibile: criminalità, spaccio, violenza e, perfino, conversioni all’Isis.

Il problema, evidentemente, non si risolve né con interventi isolati e realizzati a macchia di leopardo sul territorio nazionale, né con misure ispirate a logiche assistenzialistiche o, peggio, stataliste. Alcuni tentativi in tal senso hanno dimostrato come tali approcci, lungi dal fornire un aiuto ai più deboli, hanno finito piuttosto per dar vita ad episodi di cattivo esercizio del potere, alimentando clientele e sottosviluppo, accrescendo il senso di insicurezza e di frustrazione dei destinatari di tali politiche.

Un intervento deciso su questo fronte deve piuttosto garantire l’inclusione nei processi economici di coloro che oggi ne sono esclusi, ispirandosi alla logica della libertà dal bisogno che, a sua volta, presuppone una rinnovata visione dei rapporti tra Stato e società, nel segno della sussidiarietà e della solidarietà. Una rinnovata visione dello scambio sociale fondata, come ci insegna il magistero sociale della Chiesa, sulla ricerca di un equilibrio tra la regola dello scambio per equivalenti (che è la regola del mercato) e quella del dono (che, al contrario, rinvia al principio di solidarietà e che assegna allo Stato il compito di sostenere la solidarietà senza sostituirsi al ruolo attivo della società civile).

Scambio per equivalenti e gratuità rappresentano i due poli estremi di ogni azione sociale umana.

A sua volta, la stessa società si manifesta come separata in due sfere comunicanti tra loro, sebbene distinte: da un lato il mercato e, dall’altro, l’insieme delle attività che rispondono a quei bisogni che stanno fuori dal mercato.
In questo contesto, se è vero che una società che vive solo di scambio per equivalenti, organizzata dunque esclusivamente in funzione di tale scambio, sarebbe disumana; è altrettanto vero, però, che una società che delegasse in toto la dimensione della solidarietà (la regola del dono) allo Stato risulterebbe altrettanto disumana. Per evitare tali derive estreme, attraverso la definizione di una cornice istituzionale e le politiche pubbliche (specie quelle fiscali), spetta ai pubblici poteri determinare, a seconda del contesto e delle mutevoli circostanze, i fluttuanti confini tra queste due sfere, senza invadere il campo dell’una o dell’altra, bensì preoccupandosi di intervenire in via sussidiaria solo laddove i bisogni non possano trovare soddisfazione né attraverso il mercato, né l’intervento spontaneo della società civile.

Al centro di tale visione dello scambio sociale ritroviamo proprio il rispetto della dignità umana, nucleo e fondamento della dottrina sociale della Chiesa. Essa rappresenta il pilastro di una cornice istituzionale inclusiva, ispirata cioè al principio secondo cui in nessun caso la persona può essere strumentalizzata per fini estranei al suo stesso sviluppo integrale.

Il traguardo di una società pienamente umana, rispettosa della dignità della persona e capace di guardare agli ultimi e a coloro che vivono nelle periferie come fonte di speranza per innescare il circolo virtuoso dello sviluppo, piuttosto che come un problema da gestire, è ancora lungo e ricco di ostacoli. Non sembra, purtroppo, che le politiche di lotta alla povertà che timidamente si vedono all’orizzonte si ispirino ad una visione profonda del problema e delle modalità stesse attraverso cui avviene lo scambio sociale.

Compito dei credenti è, allora, non solo testimoniare la solidarietà nella vita quotidiana ma, partendo dalla propria esperienza di fede, contribuire alla costruzione stessa di una sensibilità comune capace di dar vita ad una visione programmatica capace di spezzare le catene della povertà e, così facendo, rilanciare la crescita del Paese.

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