Il Reddito d’inclusione è legge: momento significativo nella vita del Paese, ma ancora non basta…

L'Alleanza contro la povertà continua a chiedere insistentemente un Piano nazionale di cui la legge-delega dovrebbe essere il primo passo. Il Piano è tanto più importante se si considera l’esigenza di coordinare e valorizzare tutto quel che il sistema-Paese ha già messo in campo contro la povertà. Non solo a livello statale. Numerose Regioni, per esempio, hanno autonomamente introdotto forme di sostegno al reddito e all’inclusione...

Povertà

“Un momento significativo nella vita del Paese”. Così l’Alleanza contro la povertà ha commentato il varo della legge che introduce il Reddito d’inclusione (Rei). Un passaggio che ha un “valore storico”, ha sottolineato da parte sua il Forum del Terzo settore. Insomma, l’approvazione definitiva della legge-delega per combattere la povertà assoluta – una condizione che in Italia è arrivata a coinvolgere 4 milioni e 600 mila persone – non è una notizia che possa essere sottovalutata, nonostante i limiti molto consistenti del provvedimento.

Il punto è che finalmente, ultimo in Europa, anche il nostro Paese ha adottato contro la povertà una misura strutturalmente inserita nel bilancio dello Stato e unica su tutto il territorio nazionale.

Insieme al Rei è prevista una serie di servizi alla persona, di cui pure la legge dispone il riordino, con un piano personalizzato per ciascun nucleo familiare, rivolto a incentivare l’inclusione sociale. Con l’impegno a seguire corsi di formazione per favorire la ricerca di un lavoro, per esempio, o a mandare i figli a scuola e a vaccinarli. I servizi sono importanti quanto il contributo economico, in una logica non assistenzialistica.

Il provvedimento viene presentato come universale, ma in concreto non lo è perché arriva a coprire poco più di un terzo dei potenziali destinatari. Quindi i beneficiari saranno individuati prioritariamente tra i nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato di gravidanza o con disoccupati con più di 55 anni. Per gli stranieri sarà richiesto il requisito di un minimo di durata della residenza sul territorio nazionale (dovrebbe trattarsi di cinque anni di presenza regolare). L’erogazione sarà subordinata alla “prova dei mezzi”, quindi si terrà conto dell’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), dell’effettivo reddito disponibile e degli indicatori della capacità di spesa. Saranno i Comuni, con il monitoraggio del ministero del Lavoro e il contributo dell’Inps, a gestire operativamente il Rei.

Peraltro, quella approvata è una legge-delega e quindi per conoscere tutti i dettagli bisognerà attendere i decreti attuativi del governo. Un passaggio spesso lento e faticoso.

Il ministro competente, il titolare del Lavoro Giuliano Poletti, ha tuttavia assicurato che ci sarà un solo decreto e in tempi rapidissimi. Del resto, i tecnici del ministero hanno già avuto modo di lavorare sul testo potendo contare sulla sperimentazione compiuta con il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) che da settembre ha coinvolto circa 200 mila famiglie, soprattutto al Sud. Come il Sia, anche il Rei si materializzerà in una carta (non è stato ancora deciso se ricaricabile o prepagata).

L’importo dovrebbe passare dai 400 euro mensili del Sia a 480 e soprattutto si allargherà la platea dei beneficiari: la stima del ministero per il 2017 è di circa 400mila nuclei familiari, pari a un milione e 700mila persone. Non sono poche, ma quelle in condizione di povertà assoluta sono quasi il triplo.

Il nodo irrisolto sono le risorse.

Le somme stanziate, anche a tener conto dei finanziamenti europei aggiuntivi, si aggirano sui 2 miliardi di euro. Il ministro Poletti ha annunciato che ci saranno altri 2 miliardi nel 2018. E a chi propone un inevitabile confronto con i venti miliardi per il salvataggio delle banche, fa notare che il Rei sarà un’uscita stabile nel bilancio dello Stato, non un investimento temporaneo destinato a rientrare. È vero, però la sproporzione è così forte che non si può non chiedere alle istituzioni uno sforzo di gran lunga maggiore.

“L’obiettivo – ha affermato l’Alleanza contro la povertà – rimane l’effettiva universalità della prestazione, dentro una strategia di rafforzamento del sistema dei servizi”.

L’Alleanza ha calcolato che occorrerebbero 7 miliardi per fronteggiare adeguatamente il problema. Una cifra ardua, per i nostri conti pubblici, ma non impossibile.

È una questione di priorità.

Con realismo, sarebbe già molto se fosse impostato un piano pluriennale di stanziamenti rigoroso e verificabile fino a raggiungere a regime gli importi necessari. Ecco perché l’Alleanza continua a chiedere insistentemente un Piano nazionale contro la povertà di cui la legge-delega dovrebbe essere il primo passo.

Il Piano è tanto più importante se si considera l’esigenza di coordinare e valorizzare tutto quel che il sistema-Paese ha già messo in campo contro la povertà. Non solo a livello statale. Numerose Regioni, per esempio, hanno autonomamente introdotto forme di sostegno al reddito e all’inclusione. Per non parlare del contributo insostituibile offerto dalla società civile, che adesso attende di verificare il contenuto concreto dei decreti (o del decreto) di attuazione della nuova legge e le scelte che il governo compirà in aprile mettendo a punto il Documento di economia e finanza.

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