’ndrangheta: cresce la consapevolezza della forza dello Stato nei confronti del malaffare

Lo Stato è già dotato dei giusti anticorpi per dominare l’epidemia mafiosa. Se poi si aggiunge il coraggio e la buona volontà di chi non si rassegna e decide di denunciare, allora la fine della ’ndrangheta non è più un miraggio

Ancora maxisequestri di stupefacenti a Gioia Tauro, ancora arresti tra gli affiliati della cosca Piromalli. Un colpo alla ’ndrangheta che segue quelli delle operazioni Stammer e Provvidenza, con cui le Procura di Catanzaro e di Reggio Calabria avevano individuato gli affari dei Piromalli a New York e i loschi traffici tra il clan Mancuso e i cartelli colombiani della “polvere bianca”. Sede logistica dei “summit della coca” era la casa di Oksana Verman, quarantenne ucraina, compagna del boss Pittello. Una donna che, dallo scorso gennaio, sta collaborando: le sue dichiarazioni hanno consentito di sequestrare ben otto quintali di cocaina pronti per l’Europa.
Oksana è solo l’ultima delle nuove “fonti”. L’intesinficarsi dell’attività inquirente sta squarciando il velo di omertà intorno alle cosche. Poche settimane fa una donna di Cosenza aveva addirittura denunciato il figlio pusher facendo smantellare una rete di spacciatori. Non casi isolati: cresce la consapevolezza della forza dello Stato nei confronti del malaffare. Certamente di rilievo è la collaborazione di Andrea Mantella, figlio di una famiglia di ’ndrangheta del Vibonese, che ha deciso di raccontare ai pubblici ministeri i rivoli dell’oppressione mafiosa sulla Calabria. Dalle sue deposizioni è scaturita l’operazione “Robin Hood” che ha visto trarre in arresto l’ex assessore al Lavoro della Regione Calabria, Nazareno Salerno, che avrebbe distratto fondi comunitari destinati ai poveri per dirottarli alle casse della ’ndrangheta. In quella operazione vi è stato anche un altro supporto, quello di Bruno Civetta. Civetta non è un mafioso, non lo è mai stato. Avvocato, è stato direttore generale di un settore regionale: quello su cui insistevano gli interessi illeciti del comitato di potere di Nazareno Salerno che – secondo gli inquirenti – non perderà occasione di minacciare lo stesso Civetta. Sarà lui, un “colletto bianco”, a denunciare la ’ndrina.

Insomma, il vento è cambiato e l’imprescrutabile ombra della ’ndrangheta sta iniziando a dilatarsi. La mafia fa paura, forse solo un po’ di meno. Grazie a eroi silenziosi, che non cercano i benefit da testimoni di giustizia, come l’operaio macedone che per primo ha avuto il coraggio di denunciare i De Stefano per un tentativo di pizzo.

Chi denuncia, spesso, non ha ruolo nelle attività criminali, ne è solo un anello debole. Come accade ai familiari, alle donne, che vedono i propri figli o mariti perpetuare azioni delittuose. Certo di strada da percorrere ce ne è molta: nell’operazione “Provvidenza”, si evince come le donne fungano da tramite nella comunicazione fra gli affiliati. Ma episodi come quelli di Oksana non sono sporadici: si registra un risveglio dal torpore della responsabilità civica. Lo Stato è già dotato dei giusti anticorpi per dominare l’epidemia mafiosa. Se poi si aggiunge il coraggio e la buona volontà di chi non si rassegna e decide di denunciare, allora la fine della ’ndrangheta non è più un miraggio.

(*) direttore “L’Avvenire di Calabria” (Reggio Calabria – Bova)

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