Terremoto nelle Marche: in tempi brevi almeno un edificio di culto per ogni comunità

Monsignor Stefano Russo, alla guida della diocesi di Fabriano-Matelica, è il vescovo incaricato della Conferenza episcopale marchigiana per i beni culturali ecclesiastici. Già membro della commissione per i beni e le attività culturali della Regione Marche, da architetto vanta una navigata esperienza in materia avendo ricoperto, dal 2001 al 2005, il ruolo di responsabile dell'Udtap, ufficio di coordinamento per gli interventi di recupero degli edifici di valore storico-artistico, danneggiati dal terremoto, di pertinenza della diocesi di Ascoli Piceno e, dal marzo 2005 all'agosto 2015, quello di direttore dell'Ufficio nazionale beni culturali ecclesiastici della Cei. Insieme a lui “fotografiamo” la situazione sul fronte architettonico

Monsignor Stefano Russo, vescovo di Fabriano-Matelica (Foto: Siciliani-Gennari/SIR)

Circa settemila opere messe in salvo, simbolo di un patrimonio storico compromesso dalle cinquantamila scosse che, da quel 24 agosto 2016, non danno tregua. Le Marche, oggi, tra bilanci e speranze, disagi e iniziative, sono anche questo, alle prese con il sisma che attanaglia il Centro Italia imponendo ai vescovi e ai tecnici di Curia di ricercare soluzioni adeguate per preservare strutture, dipinti e oggetti di culto in cui la devozione sposa l’arte, da secoli. Monsignor Stefano Russo, alla guida della diocesi di Fabriano-Matelica, è il vescovo incaricato della Conferenza episcopale marchigiana per i beni culturali ecclesiastici. Già membro della commissione per i beni e le attività culturali della Regione Marche, da architetto vanta una navigata esperienza in materia avendo ricoperto, dal 2001 al 2005, il ruolo di responsabile dell’Udtap, ufficio di coordinamento per gli interventi di recupero degli edifici di valore storico-artistico, danneggiati dal terremoto, di pertinenza della diocesi di Ascoli Piceno e, dal marzo 2005 all’agosto 2015, quello di direttore dell’Ufficio nazionale beni culturali ecclesiastici della Cei. Insieme a lui “fotografiamo” la situazione sul fronte architettonico.

Questo sisma, rispetto a quello del 1997 che pure interessò la terra marchigiana e umbra, ha compromesso moltissimi edifici di culto e strutture parrocchiali. Possiamo tracciare una stima locale?

Se facciamo riferimento alla Regione ecclesiastica delle Marche, le aree maggiormente colpite sono quelle delle diocesi di Ascoli Piceno, Camerino-San Severino Marche, Macerata-Tolentino-Cingoli-Treia e poi Fermo e San Benedetto-Ripatransone-Montalto.

Tra il terremoto di fine estate e quello violentissimo del 26 e 30 ottobre si è tentato di mettere a riparo beni e strutture: con quali risultati?
C’è da dire che il continuo manifestarsi di scosse telluriche, anche dopo quelle date, non ha facilitato le operazioni di riparo dei beni e delle strutture. A distanza di sei mesi dalle prime violente manifestazioni del sisma, siamo ancora nella fase dell’emergenza, considerando che da quel triste 24 agosto, il territorio colpito dal sisma si è allargato considerevolmente. La prima delicata fase è stata quella del soccorso alle persone sopravvissute e del trasferimento delle famiglie rimaste senza casa, poi, con un po’ di fatica della macchina organizzativa, si è attivata quella della messa in sicurezza dei beni mobili e immobili.

Come ci si sta attivando ora da un punto di vista logistico, secondo le indicazioni fornite a livello nazionale dalla Protezione civile e dal Ministero per i Beni e le attività culturali?
Quella che stiamo vivendo è una fase molto importante da questo punto di vista. In particolare, l’aver reso possibile la partecipazione attiva degli enti ecclesiastici, alle operazioni di messa in sicurezza del proprio patrimonio immobiliare, nel rispetto della circolare del 22 dicembre 2016, favorirà la protezione di molti degli edifici di culto danneggiati dal terremoto. Oltre al Ministero poi, le diocesi si sono organizzate per attrezzare dei depositi, dove si stanno ricoverando i beni mobili che per motivi di conservazione e sicurezza, è necessario spostare dalle chiese.

La gente non ha e non avrà bisogno semplicemente delle “mura” per ritrovare il senso vivo di una comunità. Sarà fondamentale restituire alle popolazioni colpite una Chiesa di pietre vive. Quali risposte dare ai fedeli in questa stagione così sofferta?
In non pochi casi, la risposta sono stati i fedeli stessi, e le comunità cristiane – non solo locali – con il loro atteggiamento costruttivo e partecipativo.

Un’operazione importante, per quanto riguarda le chiese, sarà quella che prevede, in tempi brevi, il recupero di almeno un edificio di culto, per ogni comunità che ne è rimasta priva, su porzioni di territorio significative.

Quali tempi prevede per poter parlare di un concreto cammino di ricostruzione?
È difficile per me parlare di tempi per la ricostruzione vera e propria. Mi occupo del servizio ai beni culturali ecclesiastici da quando sono sacerdote, e in questi anni mi è capitato più volte, di partecipare, con diversi ruoli, a situazioni come quella che stiamo vivendo. Il sistema organizzativo e legislativo ogni volta è cambiato.

In ogni caso, qualora il terremoto dovesse attenuare le sue manifestazioni, spero che entro 4-6 mesi, possiamo incominciare a vedere l’inizio materiale effettivo, della fase di ricostruzione del patrimonio architettonico.

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