Omicidio di Vasto: l’ombra gelida della vendetta e la prospettiva calda del perdono

La tragica vicenda di Vasto reclama qualche riflessione ulteriore. Sì, perché la vendetta è un comportamento che ci riguarda tutti e riguarda questa società sempre alla ricerca di colpevoli da giustiziare, sempre popolata da giustizieri pronti ad accusare gli altri (e ad assolvere se stessi). E tutti noi, quando la rabbia ci assale, convinti di aver subito una ingiustizia, anche minima, siamo lì, immediati paladini di una giustizia sommaria e cercatori di piccole e grandi vendette. Società spietata, e perciò bisognosa di perdono. Anche la psicologia sta riscoprendo il perdono come processo di adattamento efficace alle offese, migliore della vendetta

“Italo D’Elisa la giusta fine”: così è stata titolata la macabra pagina Facebook aperta (e troppo tardi chiusa) per celebrare la vendetta di Fabio Di Lello, assassino di Italo, colpevole a sua volta di aver ucciso per incidente la moglie di Fabio.

Sui social l’ombra gelida della vendetta ha percorso troppi commenti, ancora oggi visibili.

Qualcuno ha scritto “Italo, uno di meno”. In molti hanno sostenuto che Fabio abbia fatto bene, visto la cronica lentezza della giustizia (ingiusta) in Italia, altri hanno detto che forse loro non ne avrebbero avuto il coraggio, ma che in definitiva la vendetta è del tutto comprensibile. Anche questa volta troppi “eroi” della tastiera hanno confermato la tesi, che ancora mi ostino a non condividere, di Umberto Eco, quando tuonò contro i social, colpevoli di aver dato diritto di parola a “legioni di imbecilli”.

Eppure la tragica vicenda di Vasto reclama qualche riflessione ulteriore.

Sì, perché la vendetta è un comportamento che ci riguarda tutti e riguarda questa società sempre alla ricerca di colpevoli da giustiziare, sempre popolata da giustizieri pronti ad accusare gli altri (e ad assolvere se stessi). E tutti noi, quando la rabbia ci assale, convinti di aver subito una ingiustizia, anche minima, siamo lì, immediati paladini di una giustizia sommaria e cercatori di piccole e grandi vendette.

Società spietata, e perciò bisognosa di perdono.

Anche la psicologia sta riscoprendo il perdono come processo di adattamento efficace alle offese, migliore della vendetta. Studi recenti dimostrano che il perdono determina nella vittima maggior benessere, sia fisico che psicologico, ha effetti positivi sugli aggressori, migliora le relazioni sociali perché gli effetti prosociali del perdono superano la diade vittima-offensore, estendendosi anche alle altre relazioni. Altri studi chiariscono che la propensione al perdono, anche se è favorita da alcune caratteristiche intrinseche delle personalità coinvolte, può essere migliorata da interventi educativi, culturali e sociali. Insomma possiamo costruire una società misericordiosa e questo non perché siamo bigotti baciapile, ma perché una società misericordiosa è più adattativa, più efficace, migliore di una società spietata, come è dimostrato dal gran numero di studi scientifici sul perdono, studi che caratterizzano gli ultimi 20 anni di ricerca in psicologia sul tema del conflitto.

Vorrei chiudere con una conclusione non semplice, che fa riferimento alle parole di Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, quando con coraggio afferma che

l’“unità è superiore al conflitto”

e propone una via per la pacificazione dei cuori che coincide con il contributo della ricerca psicologica attuale. Se “rimaniamo intrappolati nel conflitto”, dice Papa Francesco, allora “perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata” (EG 227). Intrappolati nel conflitto: questa condizione potrebbe essere drammatica, perché significa non innescare processi evolutivi o addirittura promuovere processi involutivi, come lo svilupparsi di forme di violenza, di vendetta, di sopraffazione e di aggressione. Il conflitto, dunque, può divenire una sorta di spirale mortale per l’uomo. Il tema del perdono, come processo di risoluzione del conflitto e di rinnovamento delle relazioni, è centrale oggi in molte riflessioni psicologiche, perché trasformare il conflitto significa molte cose, ma anche accogliere e promuovere forme di crescita umana fondate sul perdono e sulla riconciliazione, cioè su forme di unità profondamente nuove.

Perdonare e riconciliarsi non significa dimenticare, ignorare le differenze, far finta di nulla, negare il male ricevuto, minimizzare, giustificare o scusare: significa innescare processi psicologici caratterizzati dalla capacità di rigenerare le relazioni e noi stessi.

In questo senso anche sul piano psicologico l’unità è superiore al conflitto, perché è ri-generativa, mentre il conflitto è paralizzante e frammentante.

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