In morte di Tullio de Mauro: la cultura impura

Uno studioso felicemente impuro; convinto che le culture umanistiche, scientifiche e tecnologiche debbano parlarsi e confrontarsi; che i progetti formativi debbano essere molteplici e aperti. E che, in questo contesto, l’educazione linguistica è chiamata a rivestire un insostituibile ruolo trasversale

Un pomeriggio di una trentina di anni in un’affollata conferenza di un Convegno di Semiotica a San Marino compresi finalmente e all’improvviso il generativismo sintattico di Noam Chomsky. Fu Tullio de Mauro a illuminarmi: “Chomsky pensa che nasciamo tutti con dentro la testa delle grucce cui poi basta appendere i vestiti – cioè le parole”. Il tono era un po’ ironico, ma la metafora funziona, e illustra bene l’atteggiamento con cui De mauro affrontava questioni complesse: con rigore, ma anche con leggerezza.
Proprio questa leggerezza ha sempre permesso a De Mauro di non restare prigioniero dei settori (scientifici e non) di cui si è occupato, ma di contaminare felicemente ambiti differenti. Di essere, insomma, uno studioso impuro. Nasce di qui il suo interesse per la linguistica, una disciplina che negli anni Cinquanta iniziava a germogliare dalla Glottologia per incroci e ibridazioni provenienti soprattutto dall’estero e spesso malvisti dalle istituzioni accademiche (De Mauro rischiò seriamente di essere radiato dall’Istituto orientale di Napoli dove operava come assistente).

Nasce da questa contaminazione, negli anni Sessanta, il progetto di una Storia linguistica dell’Italia Unita (la terza e ultima edizione è del 2015), pensata come una storia dei ritardi formativi del nostro sistema scolastico, in un dialogo neppure troppo nascosto con don Lorenzo Milani e Pier Paolo Pasolini. Nasce ancora da qui alla fine degli anni sessanta il lavoro – monstrum sul Corso di Linguistica Generale, l’opera chiave dello strutturalismo: alcuni allievi di Ferdinand de Saussure avevano scritto il libro sulla base dei propri appunti presi a lezione dal Maestro; De Mauro ricostruì pazientemente il dettato originale di de Saussure a partire dalle fonti manoscritte e scoprì un pensiero molto più ricco e articolato di quello tradizionalmente diffuso. Un lavoro che divenne l’edizione critica di riferimento mondiale del celebre testo.

D’altra parte una simile “impurità” fu molto feconda anche all’interno dell’ambito disciplinare della linguistica e della filosofia del linguaggio. De Mauro fu, con Umberto Eco, uno dei fautori dell’apertura della linguistica alla semiotica – ovvero a una scienza dei segni non solo linguistici ma visuali, sonori, audiovisivi e così via. E, come Eco, difese l’idea che i processi linguistici e semiotici sono dinamici e (entro certa misura) creativi e innovativi – ridimensionando dunque rispetto al dettato strutturalista ortodosso il ruolo dei sistemi di codici preimpostati geneticamente o culturalmente (di qui peraltro la leggera ironia nei confronti di Chomsky da cui sono partito).

Infine una simile “impurità” si ritrova nelle scelte di impegno fatte da De Mauro. Da un lato c’è certamente il suo impegno accademico “puro”, soprattutto presso l’Università La Sapienza di Roma. Dall’altro lato però c’è il suo coinvolgimento politico da indipendente nelle liste del PCI, che culminò nell’incarico di Ministro della Pubblica istruzione tra il 2000 e il 2001. Ma soprattutto, tra l’uno e l’altro ambito, si stende una intensa attività di animatore e di formatore dei formatori: legato negli anni cinquanta all’innovatore “Movimento di cooperazione educativa”, De Mauro diede vita negli anni settanta al gruppo “Riforma della scuola” vicino al PCI, e al “Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica”. Da non dimenticare inoltre l’imponente lavoro di formazione degli insegnanti fatto alla fine degli anni settanta presso la Pro Civitate cristiana di Assisi insieme a Stefano Gensini e altri allievi.

Uno studioso felicemente impuro dunque; convinto che le culture umanistiche, scientifiche e tecnologiche debbano parlarsi e confrontarsi; che i progetti formativi debbano essere molteplici e aperti. E che, in questo contesto, l’educazione linguistica è chiamata a rivestire un insostituibile ruolo trasversale.

(*) professore ordinario di semiotica dei media e direttore dell’Alta Scuola in media, comunicazione e spettacolo dell’Università Cattolica; coordinatore del corso di laurea in scienze e tecnologie delle arti e dello spettacolo di Brescia

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