Elezioni: sfiducia nelle istituzioni e selfie mettono a rischio i valori della Costituzione

Non si può certo dire che nel 2016 siano mancati gli appuntamenti elettorali. Conditi però da comportamenti scorretti – un selfie con la scheda elettorale, la croce apposta (irregolarmente) con la penna biro perché la matita copiativa “si cancella”, un post di “propaganda” nel giorno del voto – indice di una deriva, soprattutto culturale, da arginare, prima che sia troppo tardi. A partire dalla segretezza del voto, valore costituzionale che rischia di essere minato dalle sembianze apparentemente innocue di un selfie

Due referendum – di cui quello costituzionale con indubbio valore politico – più una tornata significativa di elezioni amministrative. Non si può certo dire che nel 2016 siano mancati gli appuntamenti elettorali. Eppure, al di là dell’astensionismo (che a dicembre ha conosciuto una decisa battuta d’arresto), tra i votanti (e i politici) non sono mancati comportamenti scorretti – talora perseguibili – che si sono moltiplicati soprattutto in occasione del referendum costituzionale, lo scorso 4 dicembre. Un selfie con la scheda elettorale, la croce apposta (irregolarmente) con la penna biro perché la matita copiativa “si cancella”, un post di “propaganda” nel giorno del voto: fenomeni che denotano una deriva – soprattutto culturale – da arginare, prima che sia troppo tardi.

flavio-briatorePartiamo dal voto reso palese fotografando la scheda elettorale. Un caso clamoroso? Quello di Flavio Briatore: residente all’estero (per la precisione, a Montecarlo), ha ricevuto comodamente la scheda a casa e, una volta barrato il “sì”, si è scattato il selfie con il voto, poi postato e rimbalzato sui social network. Dimenticando che il voto espresso deve restare segreto.

Per chi si reca ai seggi vale il divieto di “introdurre all’interno delle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini” (decreto legge 49/2008, convertito in legge dall’art. 1 della legge 96/2008) e la medesima normativa – dall’eloquente titolo “Misure urgenti volte ad assicurare la segretezza della espressione del voto nelle consultazioni elettorali e referendarie” – prevede per chi contravviene l’arresto da tre a sei mesi e l’ammenda da 300 a 1.000 euro.

Il presidente di seggio deve invitare l’elettore a depositare il telefonino prima di entrare in cabina (e per un po’ di anni – potere della burocrazia! – nei seggi c’era uno specifico registro per registrare il nome dell’elettore, quanti apparecchi erano stati presi in consegna e… quanti restituiti), eppure non è facile convincere gli elettori, né si possono perquisire uno per uno. In più, se non si usa il flash, è praticamente impossibile accorgersi se nella cabina l’elettore ha fotografato il suo voto. Per scherzo o, peggio, per avere una ricompensa. Il rischio è forte ed esempi vip come quello citato prima non aiutano a costruire un senso civico. Oltre a contravvenire alla legge – si potrebbe ipotizzare anche il reato di voto di scambio -, hanno l’effetto ben più grave di contribuire al venire meno di un diritto costituzionalmente garantito: la segretezza del proprio voto.

“Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”, recita l’articolo 48 della nostra Costituzione, che rischia di essere minato dalle sembianze apparentemente innocue di un selfie.

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In secondo luogo, la polemica – strumentale quanto prolifica – sull’utilizzo delle matite copiative. Non sono indelebili, è la denuncia che periodicamente ritorna nei giorni elettorali da un po’ di tempo a questa parte, condita (specialmente in quest’ultima tornata) dall’invito a usare la penna biro. È difficile sapere se sia maggiore l’ignoranza o la malafede. Il 4 dicembre è finita sui giornali la “denuncia” del cantante Piero Pelù, che ha tracciato su un foglio un segno e poi l’ha cancellato con una gomma, scoprendo che la croce spariva. Peccato che la matita copiativa – utilizzata per legge in tutte le elezioni che si svolgono in Italia (legge 29/1948, articolo 16) – non sia indelebile: il suo tratto può essere rimosso, ma solo per abrasione, rimanendo comunque visibile. Cancellandolo dalla scheda elettorale, si deteriora la scheda, rendendo nullo il voto.

E poi, è ragionevole pensare che un presidente di seggio – rischiando il carcere – affiancato dagli scrutatori e da eventuali rappresentanti di lista si metta a cancellare alcune schede per modificare un voto?

Eppure, la delegittimazione delle istituzioni a qualunque livello è arrivata anche a questo, se la disputa sulle matite che si cancellano è rimbalzata sui social e tra chi entrava ai seggi. Oltretutto, con un effetto paradossale: secondo la giurisprudenza del Consiglio di Stato “il voto espresso con mezzo diverso dalla matita copiativa fornita dall’ufficio elettorale (nella specie, penna a sfera) può costituire idoneo mezzo di identificazione dell’elettore, ed è pertanto nullo” (Adunanza plenaria, n.28 del 29/11/1979; Sez. V, n. 457 del 16/10/1981; Sez. V, n. 39 del 18/3/1985).

Infine il silenzio elettorale. Non è un’esclusiva italiana: in forme simili esiste in Francia, Spagna e altri Paesi europei, mentre, sul fronte opposto, si pongono Regno Unito e Stati Uniti, che in nome della libertà d’espressione non pongono limiti. In Italia è regolamentato dalla legge 212/56 (più volte modificata), che all’articolo 9 stabilisce che “nel giorno precedente e in quelli stabiliti per le elezioni sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda. Nei giorni destinati alla votazione altresì è vietata ogni forma di propaganda elettorale entro il raggio di 200 metri dall’ingresso delle sezioni elettorali”. Inoltre, per quanto riguarda radio e televisione, all’articolo 9-bis la legge dice che “nel giorno precedente e in quelli stabiliti per le elezioni è fatto divieto anche alle emittenti radiotelevisive private di diffondere propaganda elettorale”.

Si tratta, insomma, di una tregua, dopo la campagna elettorale, per permettere all’elettore di riflettere prima d’inserire la scheda nell’urna.

Ma la legge, ormai datata, non contempla l’esistenza dei social dove – con un po’ di cattivo gusto – continua la battaglia fino all’ultimo, accompagnata dalle accuse incrociate di “violazione” del silenzio. Dalla pubblicità su Google a Facebook, fino a Twitter, a inizio dicembre gli appelli a votare sì o no non hanno conosciuto sosta. E se – è vero – la rete è ancora zona franca, forse è il rispetto reciproco a essere mancato.

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