L’uomo-dio può diventare anche l’uomo carnefice di se stesso

Non è la prima volta che si sente parlare di soppressione di degenti. Più o meno arrivati ad uno stadio di non ritorno. Anzi, in alcuni casi niente affatto all’ultimo stadio. A volte semplicemente inutili se non scomodi. Le cause da sole non bastano, a livello razionale. Dietro le motivazioni apparenti ve ne sono altre profonde

Il senso dei limiti umani. Non era una favola. La scienza lasciata a se stessa crea disastri atomici e ambientali. L’uomo libero di decidere tutto può creare lui il bene o il male.

I fatti di Saronno (le morti procurate in un ospedale) fanno pensare ancora una volta che contemporaneità non vuol dire bene.

Miti non vogliono dire favole senza senso. Ammonimenti dei profeti non vogliono dire sciagure punitive ma ricordo dei limiti posti non solo dalla religione, bensì dall’etica e dal buonsenso. Non è la prima volta che si sente parlare di soppressione di degenti. Più o meno arrivati ad uno stadio di non ritorno. Anzi, in alcuni casi niente affatto all’ultimo stadio. A volte semplicemente inutili se non scomodi. Le cause da sole non bastano, a livello razionale. Dietro le motivazioni apparenti ve ne sono altre profonde. Una è che il progresso non solo non ha cancellato il male nascosto negli abissi umani, ma talvolta gli ha facilitato la strada. Che l’individualismo esasperato, il sorriso ironico o l’attacco frontale alle “vecchie” morali religiose hanno portato ad una deriva. La libertà nel campo mediatico costringe alla solitudine fin dalla più tenera età, con la conseguenza di un vero e proprio abbandono di minori, non necessariamente per strada. Che porta poi all’eclissi dell’etica. La vecchiaia, la malattia e poi la morte sono rimosse o esasperate a seconda se si voglia celebrare i miti estetici della post-modernità o catturare l’attenzione con immagini di torture, esecuzioni, violenze.

L’abolizione di norme “arcaiche” concernenti i limiti oltre i quali vi erano gli esecrati tabù, ha portato allo scavalcamento di ogni valenza vitale umana, della vita stessa.

Da Nietzsche in poi l’uomo diviene un disperato che tenta di prendere il posto di Dio sapendo che il diventare quel Dio è impossibile. Molti non hanno tenuto conto della seconda parte del discorso. Nietzsche invece l’aveva ben presente: diventare dio di se stessi significava per lui non correre verso magnifiche e progressive sorti, ma dire un sì convinto alla propria finitudine. Una sorta di lucida disperazione, una follia dialettica che non cambia le cose del mondo. I messaggi mediatici incontrollati e ora incontrollabili – i suicidi e le fughe dovute alla impossibilità di fermare una parte della tua vita che ormai corre dovunque senza soluzione di continuità stanno lì a dimostrarlo – illudono talvolta di una sorta di onnipotenza, che avrebbe fatto sorridere il filosofo tedesco. Ma avrebbe riso preoccupato anche Dostoevskij, che nei “Demoni” e nei “Fratelli Karamazov” aveva genialmente messo alla berlina i deliri di onnipotenza che venivano dalla frustrazione di non trovare che limiti e morte nella propria libertà assoluta, una volta buttata via la sacralità della vita.
Il delirio di decidere se un malato deve vivere o no viene anche da disturbi psichici. Ma questo è favorito da una cultura che senza mai dirlo apertamente ha messo il sé (non l’io razionale) con tutti i suoi desideri spesso inconsci al centro di un sistema dove si può consumare tutto e decidere oltre quello che un tempo era il lecito.

La presunta felicità è passata sopra ogni cosa, e lo stesso Nietzsche avrebbe avuto molto da ridire. Una felicità fatta di viaggi paradisiaci in zone dove la miseria è dietro il limite della spiaggia esclusiva, l’abuso e lo spreco di cibi fatto solo per la gola e la moda mentre bambini muoiono di fame, l’illusione che ogni cosa sia dietro l’angolo, e a poco prezzo, ha causato un pericoloso abbassamento dell’asticella dei valori. L’uomo-dio può diventare anche l’uomo carnefice di se stesso.

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