Misericordia et misera, giornalismo travolto dalla “patologia oculare” del sensazionalismo

Buona parte dell’intellighenzia giornalistica nostrana è caduta nella spirale del sensazionalismo scambiando una riflessione limpida per un’apertura immaginaria. E l’ha fatto in modo sistematico e pianificato rispolverando corsi e ricorsi storici relativi alla questione “aborto” per irrobustire ancora di più le forzature già proposte attraverso titoloni e articoli impastati ad arte. Ma non dobbiamo meravigliarci. Da che mondo è mondo i media sono nati (anche) per manipolare, propagandare e orientare l’opinione pubblica. Ciò che colpisce e che lo si faccia ancora oggi quando l’identità del lettore è profondamente mutata

Dal “Pastore tedesco”(all’indomani dell’elezione di Benedetto XVI) a “Il buon pastore”. Ancora una volta il quotidiano Il Manifesto esplode nel titolo un’espressione irriverente e fuorviante, che evidenzia una deriva giornalistica che ormai sa d’inarrestabile. Succede il 22 novembre, dopo la pubblicazione di Misericordia et Misera, la lettera apostolica pubblicata da Papa Francesco a chiusura del Giubileo straordinario della Misericordia.

È innegabile che quest’Anno Santo abbia smosso molte coscienze.

Francesco l’ha indetto e testimoniato in prima persona per liberarci dalle frizioni del cuore, per riportarci a una dimensione essenziale di una fede che deve essere, anzitutto, “celebrata e vissuta nelle nostre comunità”. Ma il tempo della misericordia non è “determinato” ma accompagna da sempre le nostre esistenze. È continuamente al nostro fianco. Proprio come lo sono i deboli, gli indifesi, i lontani, i soli, i poveri, i peccatori che spesso sfuggono al nostro sguardo egoista e distorto. Questa “patologia oculare” sembra aver colpito anche una buona parte dell’universo mediatico che, di Misericordia et Misera, ha colto (intenzionalmente) significati inesistenti.

Non solo il quotidiano comunista ma anche buona parte dell’intellighenzia giornalistica nostrana è caduta nella spirale del sensazionalismo scambiando una riflessione limpida per un’apertura immaginaria.

E l’ha fatto in modo sistematico e pianificato rispolverando corsi e ricorsi storici relativi alla questione “aborto” per irrobustire ancora di più le forzature già proposte attraverso titoloni e articoli impastati ad arte. Ma non dobbiamo meravigliarci. Da che mondo è mondo i media sono nati (anche) per manipolare, propagandare e orientare l’opinione pubblica. Ciò che colpisce e che lo si faccia ancora oggi quando l’identità del lettore è profondamente mutata. E c’entra limitatamente l’avvento del digitale o dei social network. L’uomo dell’adesso è certamente più cosciente e sicuro ma continua a smarrirsi. Non ha più bisogno di essere divorato da mediazioni parziali e disoneste, è egli stesso un medium. Va, quindi, sostenuto, sollecitato al pensiero e al discernimento, va ascoltato, capito e valorizzato. Non a caso è stato proprio Papa Francesco a chiedere al consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti di “far crescere la dimensione sociale dell’uomo e favorire la costruzione di una vera cittadinanza”. Auspicio che il favoloso mondo del giornalismo italiota ha, in questa vicenda, disatteso arrovellandosi nella presunzione di interpretare ciò che richiedeva soltanto un accompagnamento. Ipotizzare di creare fatti in laboratorio e proporli come verità è quanto di più antigiornalistico possa esistere. Evitare questo paradosso è necessario. E lo si può fare prendendo coscienza di quelle priorità che il Papa ci spinge ad incarnare per non cadere negli agguati del mondo. La strada da percorrere rimane, ancora una volta, la misericordia che irradia ogni campo del nostro agire. Compreso quello giornalistico che, al di là dei mea culpa (excusatio non petita…), dovrebbe scrollarsi di dosso la superbia dell’esclusività per non correre il rischio (sempre più concreto) di cadere nel baratro dell’esclusione.

 

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