Il treno impazzito, il camion assassino, il golpe sanguinario. Benvenuti nell’era della paura

La postmodernità tecnoliquida ci ha scaraventato nell’incertezza, nel fluire delle forme cangianti senza sostanza, nell’istante e nel provvisorio. Insomma la rinuncia all’identità, alla stabilità, alla progettualità ha creato la premessa. E così il terrorismo “totale” non ha avuto difficoltà a sbriciolare le ultime certezze. E così dopo le tragedie si fa strada una domanda inquietante: cosa accadrà domani? quando succederà di nuovo? dove? in che modo? Siamo entrati cioè nel tunnel del pensiero catastrofista

Il treno impazzito, il camion assassino, il golpe sanguinario. Si è chiusa una settimana shock. E dopo ogni tragedia, una più sorprendentemente mostruosa dell’altra, il solito circuito: sgomento, incredulità, sovraffollamento di immagini, ricostruzioni e un vociare di dolore, commenti, previsioni, accuse e interviste. Poi cala il sipario. E si fa strada una domanda inquietante: cosa accadrà domani? quando succederà di nuovo? dove? in che modo? Siamo entrati cioè nel tunnel del pensiero catastrofista. Benvenuti quindi nell’era della paura.

La postmodernità tecnoliquida ci ha scaraventato nell’incertezza, nel fluire delle forme cangianti senza sostanza, nell’istante e nel provvisorio. Insomma la rinuncia all’identità, alla stabilità, alla progettualità ha creato la premessa. E così il terrorismo “totale” non ha avuto difficoltà a sbriciolare le ultime certezze.

Perciò oggi sprofondiamo nella paura. Paralizzati, nell’attesa di una nuova catastrofe.

Il Presidente Hollande non lo ha nascosto: “Sappiamo che ci colpiranno ancora…”. Ecco il trionfo del pensiero catastrofista in salsa presidenziale. Siamo in attesa. In una cupa attesa, imbarcati in una sorta di micidiale roulette russa. A chi toccherà? Se scorriamo editoriali e commenti non possiamo non restare disorientati: nessuno riesce a rispondere in modo convincente.

In fondo siamo dentro una guerra postmoderna: non eserciti, né campi di battaglia, ma vittime casuali e luoghi innocenti.

Il pensiero catastrofista esprime fino in fondo la fragilità e la paura dell’Europa. Di una Europa ipocrita. Sì, ipocrita: abbiamo paura perché la nostra cultura ha rinnegato le nostre profonde radici identitarie religiose, immolate sull’altare del laicismo, e temiamo il suo definitivo sgretolamento se rapportata a culture che non rinunciano di certo alle proprie radici. Abbiamo paura perché abbiamo rinunciato alla ricerca del senso e del significato, schiacciati come siamo dalla necessità di soddisfare l’elefantiasi dei nostri bisogni. Abbiamo paura perché siamo così poco aperti alla speranza da non fare figli e percepiamo la forza e la potenza dei popoli che, anche se miseri, fanno figli. Abbiamo paura perché stiamo costruendo una Europa depressa, che lotta per l’eutanasia e il suicidio, come fossero diritti, e non abbiamo più la forza e la voglia di lottare per la vita. Abbiamo paura perché ci siamo illusi che la felicità coincida con l’illimitatezza dei desideri. Abbiamo paura perché alla solidarietà e alla stretta di mano preferiamo squallide chat più o meno erotiche e l’incontro occasionale e non sappiamo più assumerci la responsabilità dell’altro. Abbiamo paura perché stiamo crescendo una generazione di ragazzini e giovani mai così devastata dall’alcol e dalla droga, come narrano gli ultimi rapporti Ocse, e guardiamo smarriti allo specchio la nostra fragilità di adulti, invocando leggi per miracolose liberalizzazioni come risposta al dilagare dell’euforia chimica. Abbiamo paura perché siamo vecchi e non siamo più in grado di scommettere sul futuro e pensiamo che le persone con l’Alzheimer siano un peso e nient’altro e guardiamo ammirati il nord Europa, dove le leggi ne consentono la soppressione eutanasica. Abbiamo paura perché ogni feto malformato è sacrificato sulla rupe Tarpea di una moderna eugenetica. Abbiamo paura di noi stessi. E siamo lì, tentati di farla finita con l’Europa dei nobili principi, della solidarietà, della civiltà che pone al centro la persona e del reciproco aiuto fra Stati. Stanchi e paralizzati, come Firs, il vecchio servitore del “Giardino dei ciliegi” di Cechov, che impotente assiste al fallimento devastante dei suoi padroni, ebbene proprio come Firs, osserviamo lo svuotamento, il decadimento e la fine di un’epoca senza neanche capirla.

Uscire dalla paura significa ricominciare da noi, ripartire da quella briciola di umano che ancora c’è, ripartire dal piccolo e averne cura. Uscire dalla paura significa tornare a puntare sulla vita.

Che nessuno sia uno stanco e vecchio Firs, ma che ognuno di noi possa uscire dalla caverna delle chat, dei social e del frammentario per recuperare la capacità di incontrare l’altro. No all’Europa dell’eutanasia e della morte, si all’Europa della speranza e della vita.

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