Gli intellettuali di sinistra che hanno rotto il fronte della stepchild adoption

Nel dibattito sulle unioni civili resta il nodo dell'adozione del figlio del partner, istituto che può legittimare il ricorso all'utero in affitto.  Contro la validazione surrettizia di questa pratica si schierano anche "insospettabili" che usano argomenti su cui il fronte cattolico insiste da tempi non sospetti

La battuta d’arresto della legge sulle unioni civili ha riaperto il nodo della stepchild adoption, letteralmente adozione del “figliastro”. Un meccanismo per il quale è prevista la possibilità, per uno dei due componenti di una coppia, anche omosessuale, di adottare il figlio del partner, sia esso biologico o adottivo. Un istituto che, indipendentemente dall’orientamento sessuale di chi vi fa riscorso, porta con sé i germi dell’utero in affitto: salvo rari casi di vedovanza, di solito i bambini figli di una relazione precedente già ce l’hanno un padre o una madre e non sono adottabili. Questo tentativo di legalizzare la maternità surrogata è stato evidenziato anche in ambienti solitamente vicini ad altre posizioni, basti qui ricordare la “sveglia” delle femministe del gruppo “Se non ora quando”, con l’appello rilanciato e firmato da molti personaggi dello spettacolo e della cultura.

Nonostante le molte spinte mediatiche, l’utero in affitto resta una pratica avversata anche da parecchi sostenitori delle unioni civili.

Ma le opinioni espresse in questi giorni da diversi “insospettabili” riservano sorprese non tanto nel loro lasciarsi andare a considerazioni molto poco politicamente corrette ma, soprattutto, per il riecheggiare di argomenti su cui i cattolici si spendono da tempi non sospetti.
Il 2 febbraio scorso, l’intellettuale marxista Beppe Vacca in un’intervista al “Corriere della Sera”, nel ritenere giusto il sì alle unioni civili si dimostra però lapidario nei confronti della maternità surrogata: “Si deve risolvere il nodo della stepchild adoption: trovo fondate le osservazioni di chi dice che può essere un modo surrettizio per introdurre la maternità surrogata, l’utero in affitto”. E, poco sotto, specifica il suo pensiero con un’analisi ancora più incisiva: “Come si fa a dire, per esempio, che avere un figlio è un diritto? Come si può pensare di declinare tutto nella chiave della libertà individuale, come se ciò che accade prescindesse dal modo in cui si compongono le volontà e le coscienze dei gruppi umani?”.
Un vero ribaltamento di prospettiva per il mondo rosso radical che, come attestato in più repliche rabbiose, ha stupito “molta gente di sinistra”. Uno stupore che dovrebbe essere relativo, dato che questa posizione in realtà è coerente con quanto già dichiarato dallo stesso Vacca in una lettera aperta pubblicata dal quotidiano dei vescovi italiani “Avvenire” il 16 ottobre 2011, dove un gruppo di intellettuali della stessa area (Barcellona, Sorgi, Tronti) auspicavano una “Nuova alleanza per l’emergenza antropologica”. Sul Fatto Quotidiano di mercoledì 17 febbraio, Oliviero Beha, pur sostenendo in toto i diritti civili delle coppie omosessuali, stoppa con decisione l’idea del “diritto di avere un figlio”, ritenuto “semplicemente una follia” che “già nel linguaggio si scontra piuttosto con i doveri che maternità e paternità impongono eticamente e socialmente”. Beha non usa mezzi termini: “Mi suona tanto da ultima spiaggia del consumo: voglio un figlio, me lo compri se non posso averlo naturalmente?”. Un concetto “insensato” per coppie omo ed etero: “l’utero in affitto è un abisso, non una conquista della scienza”.
Lo stesso giorno Ugo Magri su “La Stampa” argomenta che la stepchild adoption non farà crescere la domanda di adozioni internazionali, già ora in forte crisi. La ragione è semplice: “fare un figlio in provetta, magari affittando l’utero, è diventato ormai molto più facile che adottare un bambino”, stante che “cercare un figlio” tramite il percorso adottivo all’estero è lungo, costoso e dall’esito tutt’altro che scontato. Tutto questo, annota non senza ironia, “laddove fabbricarsi il bebè con l’utero in affitto permette, a fronte di una spesa poco superiore, solo i nove mesi canonici di attesa e il grande vantaggio di trovarsi tra le braccia un erede nuovo di zecca”. Un pacchetto completo che, chiarisce l’editorialista, prevede un non trascurabile vantaggio accessorio: il bambino infatti sarà “comprensivo del proprio patrimonio genetico, e senza tutti quei problemi di adattamento che bambini già cresciuti di regola si portano dietro”.

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