Roberto Gontero (Agesc): la missione è “essere vivi come lievito nella pasta”

Bellezza della famiglia che educa e si impegna per il bene dei propri figli e della casa comune, piena libertà educativa e quindi reale parità scolastica, integrazione pubblico-privato per un sistema scolastico pluralistico e di qualità, presenza nel dibattito culturale sui grandi temi della persona e della famiglia sui quali “non si può derogare”. Roberto Gontero, presidente dell’Associazione genitori scuole cattoliche (Agesc), sintetizza in questi termini le sfide che attendono l’organismo che l’anno scorso ha festeggiato i suoi primi 40 anni

Fondata nel 1975, l’Associazione genitori scuole cattoliche (Agesc) ha spento l’anno scorso 40 candeline e ha concluso idealmente l’anno celebrativo con l’udienza privata, lo scorso 5 dicembre, con il Papa che ha ricordato ai partecipanti che essere “educatori cattolici fa la differenza” e li ha esortati e stare nel mondo come lievito. La consegna del Pontefice, ricorda il presidente Roberto Gontero, è “non passare inosservati dietro le quinte della società e della cultura”. Per l’occasione, i presenti hanno donato in anteprima a Francesco il volume “Missione genitori. I quarant’anni dell’Agesc, una grande associazione di mamme e papà” di Roberto Alborghetti. A precedere l’attuale presidente, alla guida dell’associazione si sono susseguiti negli anni Giancarlo Tettamanti, socio fondatore e primo coordinatore dal 1975 al 1977; quindi Giuseppe Marzetta, Giulio Galli, Lorenzo Cattaneo, Roberto Lombardi, Stefano Versari, Enzo Meloni, Maria Grazia Colombo.

Come sintetizzerebbe il cammino percorso e i traguardi raggiunti in questi quattro decenni?

Quarant’anni anni di presenza significativa nella scuola e sul territorio. La nostra associazione, riconosciuta dalla Cei e dal ministero dell’Istruzione, è nata in anni difficili di grandi trasformazioni sociali che hanno raccolto la sfida della riforma degli organi collegiali e del passaggio dalla scuola d’élite alla scuola di massa. Il nostro impegno è stato principalmente quello di avviare un processo di “democratizzazione” della scuola attraverso la corresponsabilità di tutti i soggetti coinvolti, valorizzando il ruolo delle famiglie per una reale comunità educante.

Abbiamo tentato di essere una presenza di promozione, analisi, dialogo e proposte per offrire un contributo al miglioramento del sistema scolastico nazionale, proprio a partire dalla responsabilità individuale delle persone, e quindi anche dei genitori, convinti che l’educazione sia la prima risorsa di una nazione che vuole crescere”.

Un processo compiuto?

Non ancora. Oggi, anzi, all’interno della scuola è diminuita la partecipazione, un po’ per colpa delle famiglie, un po’ perché esse vengono ritenute dagli altri soggetti “alleati scomodi” da tenere al di fuori.

Il nostro compito è continuare a ribadire che sono i genitori i primi educatori dei figli – non è così scontato – e che tra reti formative l’obiettivo deve essere coerente e comune.

Su quali aspetti si è soprattutto concentrata l’attenzione associativa in questi 40 anni?
Sull’attività formativa. Numerosissimi i percorsi proposti dall’Agesc in collaborazione con le scuole che ospitano i nostri Comitati di genitori, oggi 380 in tutta Italia, ai quali hanno partecipato genitori, insegnanti e studenti per confrontarsi su tematiche genitoriali e giovanili, educazione all’affettività e sessualità, ai diritti umani, alle legislazioni scolastiche. Un frutto di questi percorsi è stata anche la decisione di alcuni gruppi di genitori di istituire fondazioni, cooperative o associazioni per consentire la prosecuzione in nuove forme di attività scolastiche di istituti in chiusura o promuovere la nascita di nuove scuole cattoliche. L’associazione ha sempre “accompagnato” il dibattito politico e negli ultimi 15 anni ci siamo inoltre impegnati per sollecitare l’applicazione della legge 62/2000 che ha riconosciuto il sistema integrato di istruzione composto da scuole statali e scuole non statali paritarie. Sono tutte chiamate a svolgere un servizio pubblico e a rispondere a precise indicazioni stabilite dal sistema legislativo, ma

la parità è rimasta sulla carta, le scuole paritarie sono ancora lasciate ai margini dai provvedimenti. Anche il progetto di riforma della “Buona scuola” della legge 107/2015 non elimina le discriminazioni economiche tra statale e paritaria.

Non si capisce, ad esempio, perché la “carta per i docenti” abbia escluso dal bonus di 500 euro per l’aggiornamento culturale gli insegnanti degli istituti paritari, mentre al “Piano nazionale per la scuola digitale” possano accedere “solo” le scuole statali, come ho segnalato in una lettera al ministro Giannini.

Oggi quali sono le linee di impegno e le sfide da affrontare?
Far apparire la bellezza della famiglia che educa e si impegna per il bene dei propri figli e della casa comune in un’ottica di autoconsapevolezza e corresponsabilità, proseguire la battaglia per la piena libertà educativa e quindi la reale parità scolastica, impegnarsi per l’integrazione pubblico-privato per un sistema scolastico pluralistico e di qualità che superi le chiusure e i ritardi che lo caratterizzano. Infine essere presenti nel dibattito culturale sui grandi temi della persona e della famiglia, sui quali non si può derogare.

Persona e famiglia minacciate sul piano culturale e messe a rischio da alcune proposte legislative. Come vi sentite interpellati da questo scenario?
“Siamo impegnati a fare formazione e a creare consapevolezza sull’ideologia gender, ma non solo. Sono tre le proposte di legge che ci preoccupano perché gravemente lesive nei confronti della famiglia: Cirinnà, Fedeli e Scalfarotto.

Sulla scorta del magistero della Chiesa, la nostra associazione non può tenersi fuori da un dibattito percorso da derive culturali che rischiano di scardinare la nozione stessa di famiglia e di persona. Battaglie portate avanti da minoranze nell’indifferenza di maggioranze spesso inconsapevoli, a fronte di una “grande” informazione che fa spesso passare messaggi in forma ambigua o distorta. 

Per questo siamo chiamati ad essere sale che scuote le coscienze. San Giovanni Paolo II che lo chiese già nel 1998 invitandoci ad un impegno culturale e sociopolitico. Ce lo ha ripetuto Papa Francesco. “Non siate fuori dal mondo, ma vivi come lievito nella pasta”.

 

 

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