Beatrice Alamanni De Carrillo da Torino sulle tracce di mons. Romero

Procuratrice per i diritti umani nel paese centroamericano collaboratrice di mons. Romero e padre Ellacuria

Beatrice Alamanni de Carrillo è una donna coraggiosa, una vita spesa per gli altri, percorsa in un contesto davvero difficile come quello del centroamerica, nella nazione di El Salvador. Beatrice nasce a Lauriano Po, cresce in una famiglia benestante di Torino, in un ambiente felice e sereno, studia all’Università del capoluogo sabaudo. Poi la svolta, con il trasferimento dall’altra parte dell’oceano. Beatrice è stata italiana. perché la legislazione salvadoregna non consente la doppia cittadinanza. Quando nel 1968 decide, giovanissima neolaureata in Giurisprudenza, di lasciare Torino per seguire il marito (un ingegnere elettronico uscito dal Politecnico torinese, figlio dell’ambasciatore salvadoregno all’Onu), vola dall’altra parte del mondo, dove sceglie anche di rinunciare alla nazionalità italiana.Gli studi in diritto e la volontà di trovare una strada e una vocazione umana e professionale diversa da un destino segnato sono il suo assillo: signora ‘bene’ dell’alta borghesia salvadoregna, decide di dare un taglio netto a privilegi e comodità. L’incontro con monsignor Romero e padre Ellacuría, padre gesuita dell’Università dell’Uca, le cambiano la vita. Diventa Procuratrice per i diritti umani, e si dimostra una combattente mai doma in difesa dei più poveri. Da allora la sua storia personale ha coinciso con quella del Salvador e la sua identificazione con il popolo del Salvador è davvero profonda e ricca di momenti tragici e gioiosi.Un bellissimo libro a cura di Paola Paganuzzi, «Ahora y Aquì. La mia vita per i diritti umani nel Salvador», il Margine editrice, racconta la storia della coraggiosa donna italiana ‘convertita’ dai poveri e dai martiri del Salvador. Gli incontri con Romero e con Ellacuría, entrambi martiri, uccisi dai sicari della destra reazionaria e padronale, gli undici anni di guerra civile, due spaventosi terremoti. Nominata nel 2001 «procuradora per la difesa dei diritti umani del Salvador», Beatrice Alamanni per sei anni lavora per il suo popolo d’adozione, senza badare alle molte minacce ricevute, per dimostrare che non bisogna mai rassegnarsi fatalisticamente all’idea che «la giustizia morde il piede di chi è scalzo».

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