Migranti: padre Zerai, accordo Italia-Libia per “comprare i trafficanti”. La contro-proposta: familiari “sponsor”

"I flussi non si fermeranno per cui la risposta non è repressione, muri, chiusure e fili spinati. Quello che l'Europa non vuole capire è che bisogna andare alla radice del problema: laddove ci sono conflitti, ingiustizie, violazioni di diritti è necessario risanare per fermare i flussi". Lo afferma padre Mussie Zerai, presidente dell'agenzia Habeshia: "Invece di spendere milioni e miliardi in meccanismi di difesa spendiamoli per creare contesti di vita dignitosa, sicurezza nei Paesi di origine o nei Paesi vicini che già accolgono centinaia di migliaia di rifugiati"

L’accordo tra Italia e Libia “è un tentativo di ‘comprare’ i trafficanti” pur di non far arrivare i migranti in Europa. Non usa mezzi termini padre Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, il sacerdote eritreo chiamato “l’angelo dei profughi” perché al suo numero di telefono arrivano le richieste di soccorso dalle imbarcazioni nel Mediterraneo. Padre Zerai è anche tra i promotori di “Alarm phone”, una sorta di centralino telefonico, con sede in Germania, che lo aiuta a gestire tutte le telefonate, grazie ad una trentina di volontari che parlano le diverse lingue dei migranti. I volontari, sparsi in diversi Paesi europei, ricevono le chiamate e le smistano alle guardie costiere italiane e maltese, raccolgono informazioni e fanno lavoro di advocacy, sensibilizzazione e denuncia. L’ultimo dossier documenta il “blocco dei migranti” voluto dall’Europa in alcuni Paesi africani, che causa serie violazioni ai diritti umani.

Perché è così critico nei confronti dell’accordo Italia-Libia per fermare i flussi di migranti verso l’Europa?
È un tentativo di “comprare” i trafficanti. Tutto viene gestito dalla marina militare e dalla guardia costiera libica: senza il loro consenso e coinvolgimento non potrebbe partire nessuno. Per cui il ragionamento è: i trafficanti danno il 30% alla marina e alla guardia costiera? Allora noi come Europa diamo la stessa cifra per impedire le partenze. Il rischio però è che i militari facciano il doppio gioco e guadagnino due volte: prendono i soldi dall’Unione europea e dai trafficanti (che li prendono dai migranti), senza di fatto bloccare i flussi ma peggiorando le condizioni di trattamento dei migranti.

Si sa qualcosa sulle cifre in ballo?
Ufficialmente nessuno le dice.

Però se devono sostituirsi al guadagno dei trafficanti, stimato intorno ai 3 miliardi di euro l’anno tra via terra e via mare, vuol dire che bisogna tirarne fuori altrettanti.

Perché alcune tribù libiche hanno fatto sapere chiaramente che l’unico loro introito è il traffico di esseri umani.

L’Organizzazione internazionale migrazioni ha denunciato un vero e proprio “mercato degli schiavi” in Libia. Lei ha testimonianze dirette?
Sì ho testimonianze dirette di persone maltrattate e ridotte alla fame che vivono in condizioni veramente disumane. Mi dicono di subire ricatti a scopo di estorsione per proseguire il viaggio, altrimenti vengono usati per i lavori forzati. C’è una sorta di compravendita per usare i migranti nell’edilizia, nell’agricoltura. Vengono prelevati dai centri di raccolta e acquistati come veri schiavi. Il più grosso centro di raccolta è Sabha perché venendo dal Sudan per entrare in Libia le persone passano da lì. Ma accade anche in altre zone. Il fatto che l’Italia abbia stipulato gli accordi per impedire l’arrivo dei migranti e che molti di loro siano sfruttati e venduti, coinvolge indirettamente anche l’Italia e l’Europa.

L’accordo (o memorandum) è stato però bocciato da Tripoli: teme che invece diventerà operativo?
L’Italia e l’Europa stanno facendo pressione perché diventi operativo. È una trattativa in cui bisogna trarre più profitto possibile, di tipo economico ma anche politico e diplomatico. Stanno facendo accordi con le tribù del sud della Libia, che hanno cominciato a litigare per avere più influenza e più denaro.

“Alarm phone” ha denunciato in questi giorni respingimenti, deportazioni, arresti e almeno tre morti tra Marocco, Algeria e Sudan, dove è in atto l’esternalizzazione delle frontiere Ue. Come funziona il blocco dei migranti nei Paesi di transito?

La polizia continua a fare retate in questi Paesi o sulle principali rotte di passaggio dei migranti, che poi finiscono nei centri di detenzione in Algeria e Sudan.

In Sudan le retate vengono eseguite dai cosiddetti “diavoli a cavallo”, i Janjaweed, pagati per arrestare i migranti. Li prendono e, se pagano, li lasciano andare, altrimenti li consegnano ai poliziotti sudanesi che li portano nei centri di detenzione. Ma anche i poliziotti chiedono soldi ai migranti per lasciarli andare, altrimenti li portano davanti ad un tribunale che li condanna al rimpatrio forzato verso i Paesi di origine.

Intanto in Etiopia continuano le violenze, con altri 700 morti in 18 mesi nella regione di Oromia. Aumenteranno i flussi anche da qui?
Sì certo. In Etiopia c’è lo stato di emergenza con una serie di diritti limitati. Questo non aiuta ad allentare le tensioni. L’Europa dovrebbe aiutare il governo etiope a cercare soluzioni e dare risposte sul piano dei diritti e della giustizia. Se invece si fa solo repressione qualcuno lotterà all’interno e altri fuggiranno e andranno ad ingrossare le fila dei migranti.

Si fa finta di non sapere che le migrazioni non si fermeranno mai e cercheranno altre strade. Qual è l’alternativa a tutte le strategie europee di chiusura?
I flussi non si fermeranno per cui la risposta non è repressione, muri, chiusure e fili spinati. Quello che l’Europa non vuole capire è che bisogna andare alla radice del problema: laddove ci sono conflitti, ingiustizie, violazioni di diritti è necessario risanare per fermare i flussi.

Invece di spendere milioni e miliardi in meccanismi di difesa spendiamoli per creare contesti di vita dignitosa, sicurezza nei Paesi di origine (se possibile) o nei Paesi vicini che già accolgono centinaia di migliaia di rifugiati.

E poi apriamo canali legali se vogliamo sottrarre il guadagno di 3 miliardi di euro l’anno ai trafficanti: molti di quei soldi partono dall’Europa, dagli Stati Uniti, dal Canada, ossia dai familiari dei migranti. Allora

perché non facciamo diventare quei familiari una sorta di “sponsor”? I soldi che ora danno ai trafficanti potrebbero essere dati ai governi europei per far arrivare le persone in sicurezza.

Un esempio: se io voglio far venire mio fratello non è meglio che quei 5.000 dollari dati in media ai trafficanti siano depositati in un conto gestito da un governo europeo, che li utilizzerà per l’accoglienza e garantirgli almeno l’inizio della sua permanenza?

Che ne pensa del decreto Minniti sull’immigrazione?
Io spero che intervenga la Corte costituzionale per rilevare i vari aspetti incostituzionali del decreto. Perché, di fatto, di fronte alla legge, un immigrato avrebbe meno diritti di un italiano.

Anche Habeshia ha aderito alla raccolta firma per una legge di iniziativa popolare sugli ingressi regolari dei migranti nel mercato del lavoro. Come le sembra?
Spero che possa essere un punto di partenza. Si può sempre fare meglio ma se venisse approvata, con il vento che soffia oggi, già sarebbe un mezzo paradiso.

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