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Bulgaria, i migranti non sono benvenuti. Patashev (Caritas): “Situazione drammatica”

Le autorità pubbliche non intervengono sul fronte dell'accoglienza, i nazionalisti alimentano la paura, i media forniscono un'immagine distorta della questione. La Chiesa cattolica si dice a favore dell'integrazione, la Caritas cerca di intervenire come può. Il caso della cittadina di Belene, che ha respinto una famiglia siriana. Ma la storia racconta anche altro...

Una famiglia di profughi in Bulgaria

“Vadano altrove, noi non possiamo accoglierli”: il 72enne Ivan risponde così quando gli chiedi dei profughi. La sua voce è una delle tante che si sentono in Bulgaria negli ultimi giorni. Anche se non sempre è stato così: circa 70 anni fa, il 9 marzo del 1943, i bulgari impedirono la deportazione degli ebrei verso i campi di concentramento. Venti anni prima, nel Paese balcanico arrivarono migliaia di profughi armeni. Tutti furono accolti a braccia aperte dal popolo bulgaro, nel cui territorio da secoli convivono pacificamente ortodossi, musulmani, ebrei, cattolici. Ma oggi la situazione è totalmente diversa. Delusi dall’avvenire, con scarsa fiducia nel futuro, i bulgari non credono più di poter salvare neanche se stessi. E i migranti sono visti come una minaccia, anche se si tratta di pochissime persone. Accettare una famiglia di profughi diventa motivo di divisione di un’intera cittadina.

Famiglia siriana respinta. È successo a Belene, Bulgaria nord-est, dove il parroco cattolico padre Paolo Cortesi, italiano, arrivato nel Paese nel 2010, voleva ospitare una famiglia di siriani: padre, madre e due figli di 23 e di 15 anni. Erano giunti dalla Grecia, facenti parte del piano di ricollocamento dell’Ue e avevano tutte le carte in regola. Ma molti degli abitanti locali non li volevano nella loro città, perché temevano che dopo di loro ne sarebbero arrivati a migliaia, divenendo “concorrenti” nella disperata ricerca di lavoro che in questa zona non si trova mai. Sono seguite delle proteste in piazza e alla fine il sindaco ha rifiutato di registrarli. A questo punto la famiglia siriana è stata costretta a cercare alloggio altrove, nelle grandi città dove la loro presenza potrebbe passare inosservata. Mentre padre Cortesi, che ha ricevuto anche minacce di morte, è stato richiamato a tempo indeterminato dai suoi superiori in Italia.

Sei campi per migranti. L’accoglienza dei migranti è un problema che, nei Balcani, si riscontra solo in Bulgaria, perché Paese membro dell’Ue. In Serbia o in Macedonia i profughi sono solo di passaggio sulla “rotta balcanica”, ci sono poche migliaia di persone bloccate dalla chiusura della frontiera dell’Ungheria. Sofia invece ne ha accolti 13mila, nel Paese ci sono sei campi profughi, ma una volta ottenuto lo status di protezione internazionale le persone devono trovarsi una casa.

“La gente non li vuole nelle loro città”,

spiega al Sir Emanuil Patashev, segretario generale della Caritas in Bulgaria. Ancora dall’inizio del conflitto in Kosovo, la Caritas è in prima linea in aiuto ai profughi; a febbraio a Sofia è stato aperto un nuovo centro di assistenza per i migranti. “Li aiutiamo in tutto, ad avere i documenti, a trovare la casa, a imparare il bulgaro, a cercare lavoro”, racconta, convinto che “i bulgari hanno una paura infondata”. Patashev aggiunge: “abbiamo molti volontari non cattolici che aiutano i migranti”. “Però, per esempio, nessuno vuole dare la casa in affitto ai profughi, perfino nella capitale Sofia, mentre nelle piccole città la situazione in questo senso è tragica”.

Lo Stato assente. A suo avviso, “in Bulgaria la questione migranti è sospesa. Sulla carta il Paese ha preso gli impegni dell’accoglienza e dell’integrazione dei profughi, ma in realtà le autorità non fanno niente, esaminano i documenti e lasciano alle associazioni non governative i profughi, sperando che ne arrivino sempre di meno”. “Per lo Stato è molto più importante costruire il muro alla frontiera turca e sottoscrivere accordi con la Turchia per non far entrare i migranti”, afferma Patashev. Proprio in questa situazione in cui le autorità mancano, sono nate le pattuglie paramilitari nazionaliste che girano a caccia di profughi nelle zone del confine. “Grazie ai media che presentano i profughi come potenziali terroristi, nella mente della gente si creano immagini distorte, che non corrispondono alla realtà”, dice il segretario generale della Caritas e aggiunge che “il problema dei migranti non trova spazio nel dibattito pubblico, non c’è neanche un’istituzione compente che si occupi di loro”.

Ostilità e indignazione. Il tema però è stato presente nei dibattiti politici per le elezioni parlamentari, svoltesi il 26 marzo. L’argomento è molto sfruttato soprattutto da parte dell’Unione patriottica. “Ai nazionalisti piace molto allarmare contro gli stranieri ma loro rappresentano al massimo il 10% dei bulgari, ci sono anche molte persone indignate dell’ostilità nei confronti dei migranti”, spiega Patascev, secondo il quale

“non si può lasciar decidere la piazza, perché ci sono delle regole e dei valori da salvaguardare”.

La Chiesa cattolica a favore. I vescovi bulgari si sono espressi a favore all’accoglienza dei profughi, ma anche per loro è difficile. A Belene, il 70% della popolazione è costituita da cattolici, ma alla fine sono bastate le grida di pochi nazionalisti per cacciare l’unica famiglia azzardatasi a credere che proprio qui avrebbe potuto ricominciare la vita. “La situazione è molto difficile, addirittura drammatica. Ma noi continuiamo a fare del nostro meglio”, spiega Patashev, convinto che le persone di buona volontà aumentano, “perché alla fine provengono dallo stesso popolo che 70 fa ha salvato i propri ebrei”.

 

 

 

 

 

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