Trattati di Roma: card. Marx, “credere ancora all’Europa perché la strada comune è la migliore”

"L’Unione europea si trova in una crisi profonda ed è bene che gli Stati e i popoli europei sappiano che fondamentalmente la strada comune è la migliore. Ma occorre anche verificare concretamente se gli Stati siano anche pronti a trarne le conseguenze". A 60 anni dai Trattati di Roma, il cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca e della Comece, traccia in questa intervista esclusiva al Sir tutte le ragioni per credere ancora oggi nel progetto europeo. I populismi - avverte il cardinale - conducono ad "un vicolo cieco" e sulle migrazioni afferma: "Aiutare i più deboli deve essere sempre la nostra priorità"

Perché credere ancora nell’Europa? Perché “la strada comune è la migliore”. Perché l’Europa unita è ancora oggi “una garanzia di pace” in un mondo in cui la pace non è affatto scontata. Perché offre il miglior spazio per “affrontare le sfide economiche e sociali della globalizzazione”. E perché, come disse Papa Francesco al Parlamento europeo, l’Europa è, nonostante tutto, un “prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità”. Ad elencare le “ragioni” per cui credere ancora nell’Unione europea, a 60 anni dai Trattati di Roma, è il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, presidente della Conferenza episcopale tedesca e presidente della Comece, la Commissione delle Conferenze episcopali della comunità europea.

Sessant’anni fa, i padri fondatori hanno voluto iniziare una nuova era costituendo l’Europa come una “casa comune”. Ora l’Unione europea si appresta a soffiare sulle sue sessanta candeline. Come vede lo stato dell’Europa oggi?
Troppo spesso, nelle numerose crisi degli ultimi anni, si è detto che la crisi è un’opportunità. Ma nella situazione attuale dell’Europa questo sembra essere proprio vero. L’Unione europea si trova in una crisi profonda, perché su più fronti è arrivata al limite di quanto ora è possibile realizzare.

Pertanto è necessario decidere quale direzione seguire, come ci confrontiamo in linea di principio con gli accordi europei e come intendiamo realizzarli in futuro.

È bene che gli Stati e i popoli europei sappiano che fondamentalmente la strada comune è la migliore. Ma occorre anche verificare concretamente se gli Stati siano anche pronti a trarne le conseguenze.

I grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso la loro attrattiva. E al loro posto si stanno sviluppando tendenze populiste. L’Inghilterra ha votato per la Brexit. La gente si chiede: perché dovremmo credere ancora nel progetto europeo? Qual è la sua risposta?
La Brexit pone l’Unione europea di fronte a una domanda esistenziale e invita tutti a rispondere: perché c’è bisogno dell’integrazione politica del continente? Le forze populiste in Europa hanno un’agenda non solo politico-economica, ma anche di politica estera, di sicurezza e di politica migratoria, che punta piuttosto alla preclusione e al protezionismo. Esse sono più propense, in tutti i settori, a soluzioni più nazionali. Una tale politica conduce in un vicolo cieco, quello dal quale Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e gli altri padri fondatori dell’Europa hanno tirato fuori il nostro continente dopo la guerra. Le ragioni per l’integrazione europea non sono cambiate in linea di principio dal Piano Schuman e dai Trattati di Roma. La fondazione pacifica dell’Europa per troppi anni è stata considerata come una cosa obsoleta. Ma l’escalation militare in Crimea e nell’Ucraina orientale ha fatto crescere l’incertezza nell’Europa orientale.

L’Europa unita è ancora oggi una garanzia di pace.

L’Unione europea offre inoltre il miglior spazio per affrontare le sfide economiche e sociali della globalizzazione. A volte l’opinione pubblica punta il dito contro le distorsioni sociali della politica europea, che però sono molto più effetti della globalizzazione. L’Unione europea è un mezzo con il quale gli europei possono ancora influenzare gli eventi economici mondiali e – questo spero come uomo di Chiesa – possono contribuire a definirli nello spirito della dottrina sociale della Chiesa.

Con l’idea europea, sessant’anni fa, i padri fondatori hanno provato a sanare le ferite della guerra. Oggi l’Europa si confronta con “la ferita” delle migrazioni ma sono tante le voci che vorrebbero richiudere porte che allora sono state aperte. Alcuni dicono che l’Europa è “satura”, altri che accogliere le persone è una questione morale. Qual è l’interpretazione corretta di questa situazione?
Il dissenso degli Stati membri dell’Unione europea su come gestire i rifugiati, che sono arrivati in Europa, ha messo in evidenza spaccature profonde nel Continente. E questo non riguarda solo l’ambito politico, ma anche le società dei diversi Stati.

Pure la Chiesa ha dovuto sperimentare che nei vari Stati ci sono opinioni divergenti circa l’accoglienza dei rifugiati. Questo è ancor più deplorevole in quanto l’atteggiamento del Papa è del tutto inequivocabile.

La diminuzione del numero di rifugiati grazie alle diverse iniziative politiche ha calmato considerevolmente il dibattito. Ma rimane l’irritazione per il dissenso profondo. E, da ultimo ma non meno importante, l’attuale momento relativamente calmo non deve far dimenticare il fatto che abbiamo di fronte a noi ancora grandi movimenti migratori, che richiedono soluzioni politiche a lungo termine in vista del prosieguo dell’integrazione europea. Sappiamo naturalmente che le nostre possibilità sono limitate. Ma aiutare i più deboli deve essere sempre la nostra priorità. E qui, sarà sempre più richiesto il contributo della Chiesa.

Negli ultimi sessant’anni l’Europa è diventata crocevia di molte culture. Le nostre città sono oggi multiculturali e multireligiose. Qual è la vera anima dell’Europa?
Naturalmente l’Europa ha forti radici cristiane. Ma questo non deve far dimenticare il fatto che le nostre società sono diventate oggi plurali. Una cosa rimane importante:

l’Europa non può bastare a se stessa.

Vale a dire: la fede cristiana è una parte dell’anima dell’Europa. Anche nella crisi, l’Europa non può ruotare solo attorno a se stessa. Con le sue culture e tradizioni filosofiche e religiose, l’Europa deve portare un contributo specifico nel mondo. Pertanto l’Ue deve trovare una maggiore capacità politica, per essere in grado di contribuire positivamente allo sviluppo complessivo del mondo. E questo corrisponde esattamente alla fedeltà alle radici cristiane dell’Europa.

L’Europa viene spesso accusata di essere stanca, vecchia, incapace di risvegliare speranze e superare crisi. Cosa manca all’Europa? E da dove ripartire?
Gli europei, nonostante tutte le crisi, devono avere davanti agli occhi il reale stato dell’Europa. Donald Tusk ce lo ha ricordato recentemente: “L’Europa è il miglior posto del mondo”. Molti europei hanno dimenticato che l’Europa è nel mondo un luogo desiderato da molte persone, e questo per la situazione economica, per la libertà e per i diritti che qui sono garantiti. Nel suo discorso al Parlamento europeo del novembre 2014, Papa Francesco ha parlato dell’Europa come un “prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità” e ha chiamato l’Europa a riconoscere e vivere la sua missione. Vale a dire: cercare ciò che ci unisce e servire la pace e uno sviluppo positivo. Questo obiettivo ha trovato fin dall’inizio l’appoggio della Chiesa. E richiama la Chiesa ancora oggi.

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