Trattati di Roma: unità politica e “coscienza europea” sono i due passi che mancano all’Ue

I primi passi dell'integrazione muovevano dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Gli esordi sul fronte economico (creazione del mercato unico) furono però subito seguiti dal fallimento della Comunità europea di difesa e dalla correlata Comunità politica. Oggi, in contesti completamente differenti, l'Unione necessita di istituzioni trasparenti ed efficaci e di un sentire comune che vada oltre gli egoismi nazionali

Roma, Campidoglio, 29 ottobre 2004: cerimonia della firma della Costituzione europea, che però non entrò mai in vigore

Il 25 marzo 1957 tutte le campane della capitale italiana suonarono a festa all’annuncio della firma dei Trattati di Roma. Difatti era forte la coscienza di vivere un evento storico, una vera svolta nella storia dell’Italia e dell’Europa. Appena 12 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli europei vivevano ancora con il trauma dei massacri di massa dei due ultimi conflitti, delle distruzioni; in numerose città, le macerie provocate dai bombardamenti erano ancora visibili. Tanti tra i popoli europei vivevano nella grande povertà. L’Europa era divisa dalla Cortina di ferro. Questi Trattati segnavano davvero la fine della guerra, nonostante la permanenza della “guerra fredda”.
Occorre però fare un passo indietro.

Il 9 maggio 1950, il ministro francese degli Esteri, Robert Schuman, aveva aperto, insieme al tedesco Konrad Adenauer e all’italiano Alcide De Gasperi, nuove prospettive, una strada verso la pace e la riconciliazione tra gli ex-belligeranti, in particolare tra Francia Germania.

Aveva proposto ai popoli europei di mettere in comune le loro produzioni di carbone e di acciaio, che sono alla base delle guerre moderne. La Dichiarazione Schuman fu concretizzata con il Trattato di Parigi del 18 aprile 1951, che creò la prima Comunità europea, la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio). Essa entrò in vigore un anno dopo, il 23 luglio 1952. Fu una prima tappa per concretizzare una delega di sovranità da parte dei sei Stati aderenti.
Il progetto di Comunità europea di difesa, collegata a un progetto di Comunità politica, fu invece bocciata nel 1954. Ma il progetto europeistico non era morto. La diplomazia italiana fu particolarmente attiva per rilanciare il processo di unità negli anni 1955 e 1956. Organizzò due grandi Conferenze a Messina (giugno 1955) e a Venezia (maggio 1956), che prepararono, non senza difficoltà, il Trattato di Roma, o più esattamente i Trattati di Roma che crearono la Comunità europea dell’energia atomica (Ceea o Euratom) e soprattutto la Comunità economica europea (Cee). Firmati nel cuore di Roma, nel Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, i Trattati costituivano un vero approfondimento dell’unione del continente, almeno della parte libera e democratica dell’Europa, con sei Paesi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi.
Purtroppo, il progetto di esercito europeo e di unione politica erano stati abbandonati. Gli spiriti non erano pronti. Invece,

la costruzione europea prendeva un orientamento economico e sociale.

Si trattava di sviluppare gli scambi attraverso l’unione doganale e la creazione di un mercato comune; non una semplice area di libero scambio, ma un’unione sempre più stretta, con legami tra le economie nazionali sempre più forti per creare una vera “comunità di destino”.
Con l’unione economica si trattava di approfondire gli scambi, non soltanto delle merci, ma anche delle persone (principio della libertà di circolazione), condizione per cominciare a creare una coscienza europea. Si trattava anche di mettere in gioco delle politiche comunitarie specifiche, per esempio per l’agricoltura, per la pesca o per i trasporti. Dietro l’unità economica, doveva crescere il progresso non soltanto economico, ma sopratutto sociale, con una solidarietà inedita tra le regioni.
Le campane romane avevano sottolineato un grande evento. Un evento gioioso, perché portava in sé un’avvenire di pace e di progresso.

Nonostante la propaganda populista anti-europeistica che conosciamo in questo momento, nessun osservatore onesto può negare il successo incredibile della politica europea nata dai Trattati di Roma:

anni di pace, di progresso sociale, di solidarietà, conoscenza mutua tra i popoli (pensiamo al famoso programma Erasmus per gli studenti). Le difficoltà odierne non vengono tanto dai Trattati, ma dall’impossibiltà registrata nel 1954 di costruire un’europa politica e militare. Il fallimento del 1954 portò verso un’unione economica, cioè piuttosto tecnocratica: perché in effetti pensare una politica agricola comune, o creare una moneta unica, è il compito dei tecnici, con istituzioni complesse, spesso difficili da capire. Ciò può spiegare un certo deficit democratico, il sentimento che i popoli siano al di fuori del movimento europeistico. Non è colpa della Cee. È semmai colpa dell’incapacità di pensare l’unione in un senso politico, confermata dal fallimento del progetto di Costituzione europea nel 2005.
Per tale ragione, sessant’anni dopo, la posta in gioco sta nell’approfondimento politico, nella ricerca di istituzioni comuni chiare ed efficaci, con decisioni politiche comprensibili da tutti, capaci di costruire una vera unità, di passare dall’unità economica e monetaria, all’unità politica, e di costruire una coscienza europea. Quando, ad esempio, avremo tutti la nazionalità europea? Quando avremo una squadra di calcio europea e una sola rappresentativa europea ai Giochi olimpici? Sarebbe, dal punto di vista simbolico, più importante della moneta unica.

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