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Regno Unito: radiografia delle Chiese cristiane. Frequenze in calo, più carità e “liturgia sociale”

“Theos”, il più importante think tank britannico di studi religiosi, traccia un profilo di anglicani, cattolici e altre confessioni. Il cristianesimo "tradizionale" sembra lasciar posto a nuove forme di adesione al Vangelo. Il primate cattolico Vincent Nichols e quello anglicano Justin Welby parlano di "grande bisogno di spiritualità". Le difficoltà di trasmettere la fede in una società secolarizzata

Un panorama molto complesso nel quale si evidenzia un “declino della religiosità tradizionale”. Eppure molte chiese sono “in crescita” ed esiste un “grande bisogno di spiritualità” che si esprime in forme diverse dal passato. Sono alcune delle conclusioni di “Doing good”, l’ultimo rapporto sullo stato del cristianesimo messo a punto da “Theos”, il più importante think tank di studi religiosi del Regno Unito, che è sponsorizzato dal primate cattolico Vincent Nichols e da quello anglicano Justin Welby e raggiunge circa 160 milioni di utenti attraverso i diversi media. Sono stati proprio i due leader religiosi, nella prefazione al rapporto, a indicare la strada del futuro delle chiese cristiane britanniche. Quell’impegno al servizio degli ultimi – si tratti di senzatetto, ragazze madri o padri di famiglia che hanno perso il posto di lavoro – che è lo specifico di chi crede in Gesù e che “Theos” ha voluto chiamare, coniando un termine nuovo, “liturgia sociale”. Quel “Doing good” dove si trova la Resurrezione del cristianesimo nel Regno Unito.

Cristiani in calo. Purtroppo le cifre all’inizio del rapporto raccontano un deciso declino dei fedeli al Vangelo e un Regno Unito sempre più secolarizzato. Nel 2007 c’erano 4,5 milioni di persone che frequentavano la chiesa, 1,2 milioni di cattolici, 1,2 milioni di anglicani e oltre 2 milioni di altre denominazioni.

Quest’anno ce ne sono 4,2 milioni, 1 milione di cattolici, 1 milione di anglicani e 2,2 di altre denominazioni.

Nel 2001 il 72% delle persone in Inghilterra e Galles si definivano cristiani, il 6% di altre religioni e il 15% di nessuna religione. Dieci anni dopo queste cifre sono diventate il 59%, l’11% e il 25% rispettivamente. A diminuire più rapidamente è il gruppo di coloro che si definiscono cristiani, frequentando o meno la chiesa.

 Alcuni numeri in crescita. Eppure sarebbe sbagliato parlare di una emorragia inarrestabile, perché a Londra come anche a Birmingham, Edimburgo e Newcastle, con l’arrivo di migliaia di migranti cristiani, il numero di coloro che frequentano la messa è aumentato ed è passato dai 623mila del 2005 ai 722mila del 2012, con una crescita simultanea anche degli edifici di culto che da 4087 sono arrivate a 4791. Sono cresciuti cattolici e anglicani, ma soprattutto ortodossi e pentecostali. Aumenta anche l’interesse per la religione, si intensificano l’adesione all’islam e anche l’ateismo aggressivo alla Dawkins e l’antisemitismo. Insomma, se una volta si dava per scontata l’appartenenza a una denominazione cristiana oggi il panorama religioso del Regno Unito è un mosaico nel quale il cristianesimo continua ad avere una parte importante.

Una spiritualità “fluida”. Se la religione “organizzata” sta segnando il passo, secondo il rapporto “Doing good”, si fa strada, nel Regno Unito, una spiritualità più “fluida e personalizzata”, confermata da una statistica di Yougov secondo la quale almeno un quinto del pubblico crede nell’aldilà, negli angeli, nella reincarnazione.

Un credo con convinzioni non sempre coerenti tra di loro…

“Comunque si interpreti questa complessità”, si legge nel rapporto, “il quadro che se ne ricava non è di un ateismo senza problemi, ma di una tempesta di idee spirituali, impegni e atteggiamenti in grande fermento”.

Impegno per la comunità. Se il numero di persone che si dichiarano cristiane e vanno in chiesa è calato, negli ultimi dieci anni, l’impegno nella società di coloro che seguono il Vangelo si direbbe aumentato. Secondo il rapporto “Doing good” su quasi 188mila charities nel Regno Unito, quasi 50mila sono ispirate dalle chiese e ben 15mila di queste sono nate e cresciute negli ultimi dieci anni. Circa metà della popolazione adulta che è stata aiutata con problemi di vario tipo – dalla mancanza di cibo o della casa all’assenza del lavoro a dipendenze da alcol o droga – si è servita di associazioni cristiane. Le statistiche parlano di almeno 2110 gruppi impegnati nel sociale con 9177 dipendenti e 139.600 volontari al servizio di 3,5 milioni di persone in difficoltà ogni anno.

Liturgia sociale. Esiste un rischio in questo approccio, secondo il think tank “Theos”: che la dimensione spirituale dell’impegno dei cristiani nel sociale vada perduta. Ovvero che l’ansia di aiutare il prossimo faccia perdere di vista le ragioni per le quali ci si impegna, che si ritrovano in un rapporto personale con Dio. Ecco quindi la decisione di coniare il nuovo termine “liturgia sociale” per ricordare un’azione che agisca sui problemi di oggi ma sia diretta al divino. È in questo modo che la fedeltà a Gesù Cristo sopravvivrà nel ventunesimo secolo, secondo il rapporto di “Theos”. Insomma “non c’è ragione di credere alle continue notizie sulla morte del cristianesimo perché, nell’impegno dei cristiani a favore degli ultimi, sono evidenti i segni della sua resurrezione”.

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