Nadia e Lamiya, sopravvissute all’Isis: “Il mondo deve sapere”

Ricevendo il Premio Sakharov dal Parlamento europeo, le due giovani donne yazide raccontano la loro storia: le famiglie sterminate, la schiavitù sessuale, ogni forma di sofferenza imposta dal Daesh. E portano nel cuore dell'Ue la guerra in Medio Oriente, lo sterminio del loro popolo, le persecuzioni contro le minoranze religiose. Invocano una terra sicura in cui tornare a vivere. Un messaggio da far risuonare in Europa, per scuotere coscienze assopite e politiche di chiusura ed egoismo

Strasburgo, 13 dicembre: Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar al Parlamento europeo ricevono il Premio Sakharov (foto SIR/PE)

Kocho ormai è un villaggio fantasma. Il 3 agosto 2014 l’Isis fa irruzione nella piccola comunità yazida, che vive lì da secoli: case a ferro e fuoco, uomini sterminati, donne adulte deportate e uccise, ragazze e bambini tradotti in schiavitù. Inizia quel giorno l’orribile vicenda che Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar (oggi rispettivamente 21 e 18 anni) raccontano al Parlamento europeo, ricevendo, martedì 13 dicembre, il Premio Sakharov 2016 per la libertà di pensiero.
Nadia e Lamiya entrano nell’emiciclo con il loro abito tradizionale, lo sguardo fiero, il volto privato del sorriso. E sulla faccia di Lamiya i segni indelebili dell’esplosione di una bomba: fuggendo dalla schiavitù sessuale, cui l’aveva obbligata per mesi l’esercito del Daesh, ha perso l’amica Caterina. Lo racconta piangendo. “Vorrei essere la voce di tutte le vittime della violenza dell’Isis, perché il mondo deve sapere tutto”.
Nadia aggiunge: “Non c’è dubbio che si tratti di genocidio. Un genocidio che riguarda la morte di migliaia di persone, la riduzione in schiavitù sessuale per le donne, gli abusi sui bambini”. Spiega: “La nostra comunità, che viveva in pace, con la convivenza tra fedi religiose differenti, oggi è disintegrata sotto il peso di questa guerra. La comunità internazionale intervenga”. Entrambe chiedono una “terra sicura in cui vivere”, altrimenti “l’Europa ospiti il mezzo milione di yazidi” che si trovano ai confini tra nord Iraq, Turchia e Siria.
Le due ragazze parlano un dialetto curdo; spiegano nei dettagli le violenze subite, le sofferenze imposte alle loro famiglie, in gran parte sterminate. Non si addentrano nella geopolitica: Assad, Russia, Europa, Stati Uniti sono termini che non ricorrono nel loro vocabolario. Così come

non emerge mai alcun accenno di odio, di vendetta. Eppure domandano giustizia e invocano un futuro di pace.

Indicano nel radicalismo e nel terrorismo due nemici dell’umanità.
“Prometteteci – dice Lamiya rivolgendosi agli eurodeputati – che queste cose non accadranno più. Abbiamo bisogno dell’Europa, yazidi e cristiani in Iraq hanno bisogno di essere protetti”.
“Sono profondamente commosso dalla vicenda e dal coraggio di queste due ragazze. Le loro storie spezzano il cuore”, dichiara, al loro fianco, Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo. Poi osserva: “Credo che la storia di Lamiya e Nadia dovrebbe essere ascoltata da quanti – politici, leader di governo – vogliono chiudere le porte ai profughi, demonizzandoli. Queste due ragazze ci ricordano le nostre responsabilità, come Europa, come comunità internazionale”.
La voce sottile di Nadia e Lamiya dovrebbe risuonare nelle cancellerie europee, alla Casa Bianca, al Cremlino, nella residenza di Assad e di Erdogan, durante il Consiglio europeo del 15 dicembre a Bruxelles. Potrebbe essere un richiamo per chi innalza i muri, e per chi dà ragione ai costruttori di muri. Il messaggio delle ragazze yazide dovrebbe risuonare in ogni famiglia, a risvegliare coscienze assopite e manipolate dai media; dovrebbe irrompere nelle aule scolastiche, nelle università, nelle chiese e nelle moschee dell’Europa e del mondo intero…Nadia e Lamiya lo segnalano ancora: “Il mondo deve sapere”.

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