Baviera: il Land risorto dalle ceneri della guerra. Con una politica a dimensione umana

L'8 dicembre 1946 entrava in vigore la “Grundgesetz”, Legge fondamentale della regione tedesca che era stata culla del nazismo. Un passo essenziale per far ripartire la democrazia e creare le basi per il successivo, impetuoso sviluppo economico e sociale. Essenziale il ruolo svolto dalla Csu e dal suo leader Strauss

Ha conquistato i suoi galloni di autonomia anticipando i tempi: il “libero stato di Baviera” fu il primo – si contende il traguardo con l’Assia – fra i Laender tedeschi riemergenti dal dopoguerra a darsi una “Grundgesetz” o Legge fondamentale. Esattamente settant’anni fa, fra il 2 dicembre – giorno dell’approvazione popolare – e l’8 successivo, quando è entrata in vigore. Il 70,6 per cento degli elettori (sul 75 dei votanti) aveva detto sì a un testo che regge ancora oggi. Nel quale emergono principi di solidarietà e tolleranza, estremo rispetto delle libertà religiose in uno “stato cristiano a misura d’uomo” e un largo spazio di autonomia per le confessioni dal punto di vista sia dell’istruzione, sia dell’organizzazione interna che non deve rispondere a nessun altro potere.

Quella “strana” cancellazione… I bavaresi avevano un conto aperto con la storia da quando, nel 1933, il nazismo trionfante aveva eliminato tutte le libertà locali, in una regione che ne aveva fatto il proprio vanto e che le aveva difese anche in guerre fratricide, come il conflitto austro-prussiano di metà Ottocento. È significativo, nelle carte originali dei lavori per la Legge fondamentale, che all’articolo 1 la dizione “La Baviera è una repubblica” sia trasformata, con una cancellazione a mano, in “libero stato”. Con una riserva dettata dagli americani: l’ingresso nella futura federazione tedesca era obbligatorio, non alternativo, come avrebbero voluto alcune componenti politiche bavaresi.

Il disprezzo del mondo. Quel 1946 poteva avere altre preoccupazioni che non quelle istituzionali. I bavaresi stavano assaggiando le privazioni alle quali il regime nazista aveva sottoposto ventisette Paesi d’Europa, che sino a pochi mesi prima della fine della guerra erano stati spogliati di ogni tipo di risorse alimentari per nutrire i tedeschi. Si trovavano attorno panorami di rovine da quantificare in milioni di metri cubi di macerie, intere città distrutte, da Norimberga a Wuerzburg ad Augusta, altre, fra le quali Monaco, da ricostruire e sentivano alitare su di loro, in quanto tedeschi, il disprezzo del mondo.

L’economia si reggeva sulla buona volontà delle donne

(decine di migliaia dei loro padri, mariti e figli erano sparsi nei vari campi di prigionia del mondo, e numerosissimi altri erano morti in guerra), sulla tenacia dei superstiti, sulla voglia di risalire la china. E la conquista dell’autonomia faceva parte di questo recupero.

“Giusti”, martiri, resistenti. Oltretutto non mancavano titoli di merito. Li si può registrare andando a consultare l’elenco dei “giusti di Israele”, ricordando i sacrificati e i martiri, particolarmente i giovani della Rosa Bianca, uno dei quali, Alexander Schmorell, è stato proclamato santo dalla Chiesa ortodossa. Le testimonianze che restano, gli epistolari di Sophie e Hans Scholl, di Willi Graf sono fra le più alte prove di un “civil courage” – un’espressione che designa la tenuta morale degli oppositori – come controcanto alle ultime lettere della Resistenza nelle altre parti d’Europa. E bisogna ricordare le centinaia di preti perseguitati dalla polizia nonché il “cardinale ebreo”, l’arcivescovo di Monaco di Baviera Michael Faulhaber (così sprezzantemente designato dai nazisti), con il quale il regime si riprometteva di “fare i conti” a guerra finita.

Fra economia e istituzioni. I cittadini si rimboccarono le maniche: aiutati anche dal Piano Marshall, che rovesciò sulla Germania cospicui finanziamenti, e dalla benevolenza dei vincitori che furono capaci di non ripetere gli errori della prima guerra mondiale, cominciarono a razionalizzare l’agricoltura, fonte tradizionale della loro economia, introducendovi criteri di gestione industriale. Con una grande capacità imprenditoriale, le aziende allargarono i loro interessi ad altri settori, dalla meccanica all’impiantistica, dall’automobile all’edilizia. Furono aiutati in questo dalla classe dirigente, in particolare espressa dal partito della Csu (Unione cristiano-sociale in Baviera) che ha ininterrottamente governato il Land per settant’anni, e da un genio della politica come Franz Josef Strauss, contemporaneamente leader nazionale (più volte ministro, e in un caso candidato perdente al cancellierato) e dinamico animatore di energie e di iniziative.

Un motore del Paese. Strauss è morto nel 1988 a 75 anni, improvvisamente, quando era presidente della Baviera (lo era diventato nel 1978), ma la regione continua a essergli debitrice di uno sviluppo che,

da fanalino di coda dell’economia tedesca, la mantiene oggi in testa, immediatamente dopo la Renania-Westfalia,

nel contributo al Pil nazionale e ne fa il campione assoluto per l’occupazione. Da sottolineare, inoltre, che la Baviera è lo stato in cui, negli anni di piombo, minori e quasi inesistenti furono le ricadute della violenza politica, contrariamente al suo passato di culla del nazismo e dei tentativi di colpi di stato. In qualche modo redenta dal lavoro di una classe dirigente che, riemersa dalle macerie della dittatura, in sette mesi, dal marzo 1946, si era messa al lavoro per “fabbricare” una politica, come è detto nella Legge fondamentale, a dimensione umana.

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