Lo spirito di Verdun, monito severo contro i nuovi nazionalismi

La battaglia della prima guerra mondiale, combattuta tra francesi e tedeschi e durata quasi un anno con centinaia di migliaia di morti e feriti, rappresenta, a cento anni di distanza, un richiamo al valore della pace e alla collaborazione tra gli Stati e i popoli del continente. Il monumento-ossario di Douaumont - dove si presero per mano Kohl e Mitterrand - segnala la volontà di riconciliazione e la necessità di una costruzione politica comune per il bene dei singoli Paesi e dell'Europa nel suo insieme

Nella memoria collettiva, francese e tedesca soprattutto, ma anche europea, la battaglia di Verdun occupa un posto unico. Tornare su tale evento, nel 98° anniversario della fine della “grande guerra” e nel 100° di Verdun, ma anche della terribile battaglia della Somme, sul fronte ovest, permette di avere una lettura del nostro tempo.
La storia ricorda Verdun per la battaglia più lunga della guerra, 300 giorni, dal 21 febbraio 1916 alla fine dell’anno. Uno scontro sanguinoso, senza fine. Qui i soldati hanno portato alta la coscienza di difendere il loro Paese: i tedeschi per vincere la guerra, i francesi per proteggere la loro patria. Verdun è considerato come uno dei luoghi più significativi del dono di sé alla Nazione.Le perdite, al termine dei ripetuti scontri, sono terribili: 162.400 morti e 216.000 feriti francesi; 143.000 morti e 187.000 tedeschi. Una doppia strage di giovani uomini. Battaglia di usura, interminabile, dalle sofferenze ineffabili. Su un territorio piccolo alcuni chilometri quadrati, cadono sessanta milioni di granate. Tutti i testimoni parlano di un vero e proprio “inferno”. Un aviatore che all’epoca sorvola il campo di battaglia riferisce di aver visto “l’inferno di Dante”. Per lo storico Jean-Jacques Becker, Verdun “è il simbolo dell’orrore”.
Un grande monumento-ossario, nel quale sono mescolati i resti dei soldati dei due fronti, fu costruito a Douaumont, nel cuore del luogo della battaglia e inaugurato nel 1932. Di fronte ad esso si estende un immenso cimitero con croci bianche perfettamente allineate, a perdita d’occhio.
Questo monumento francese si afferma come quello della sofferenza condivisa.

È diventato col tempo un simbolo di riconciliazione, culla della pace e della fraternità europea.

Nel 1950, la proposta di  Robert Schuman, sostenuta da Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, di mettere in comune il carbone e l’acciaio prodotti dagli ex belligeranti – elementi di base per ogni industria degli armamenti – e di creare così un nuovo destino europeo, si configurava anche come una risposta all’inferno di Verdun. Nel 1984, il presidente francese François Mitterrand e il cancelliere tedesco Helmut Kohl, hanno camminato, mano nella mano, nell’immenso cimitero militare. La fotografia di questo incontro fraterno fu diffusa nel mondo intero. È diventata un’icona di pace. Questi uomini di Stato hanno fatto di Verdun un messaggio per tutti.Oggi a Verdun vengono francesi e tedeschi con uno spirito di pellegrini. È diventato un luogo di memoria comune, un luogo di memoria europea, testimone della follia degli uomini, dell’orrore della guerra, ma anche della speranza di un’Europa unita e di un mondo di pace. Una speranza forte pur in un momento particolarmente difficile e delicato, mentre tornano i nazionalismi, quando l’odio delle differenze e delle alterità s’impongono dei dibattiti politici, quando alcuni partiti vogliono distruggere l’unità d’Europa e cancellare 70 anni di pace.
Nello spirito di Verdun, e nel ricordo dei milioni di soldati morti cento anni fa in una “inutile strage”– come affermava Papa Benedetto XV – occorre augurarsi, e concretamente operare, perché l’Europa sappia resistere ai mercanti di illusioni.

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