Leopoldina di Schweinfurt: ecumenismo in corsia. Cattolici ed evangelici insieme accanto ai malati

L'ospedale del centro in alta Baviera conta 700 posti letto. Le visite e l'accompagnamento spirituale nella malattia sono assicurati da ministri cristiani di differenti confessioni. L'attenzione si rivolge anche ai rifugiati, fra i quali molti musulmani. Opere di misericordia che guardano al cuore di chi soffre

Schweinfurt, circa 35mila abitanti, importante centro industriale della Germania, in alta Baviera, è un polo ospedaliero d’elezione a livello europeo. La sua strategica posizione geografica lungo importanti vie di comunicazione l’ha resa negli anni anche una specie di laboratorio socio-ecumenico e di assistenza. Rasa al suolo dai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale, oggi Schweinfurt svolge un ruolo importante nella gestione dell’accoglienza dei rifugiati provenienti da Medio Oriente e Africa e della loro cura ospedaliera. Karl Pöppel, diacono della diocesi di Würzburg, che opera nella pastorale sanitaria e sociale presso l’ospedale “Leopoldina Krankenhaus”, racconta al Sir l’importanza – anche in chiave ecumenica – dell’accoglienza multireligiosa e multietnica.

 

Qual è la relazione tra pastorale cattolica ed evangelica all’interno dell’ospedale?

Schweinfurt è storicamente una città a maggioranza evangelica. Col passare del tempo si è arrivati a una situazione in cui i credenti sono al 50% cattolici e al 50% evangelici. E nell’ospedale registriamo circa il 30% di pazienti evangelici, il 50% di pazienti cattolici e in misura sempre crescente una percentuale di pazienti agnostici o di altre religioni, con un incremento sensibile di persone ammalate di fede musulmana. Dal punto di vista della collaborazione, abbiamo un parroco cattolico responsabile della cura spirituale di questo ospedale, inoltre come cattolici siamo i referenti della pastorale interna; perciò, la Chiesa cattolica ha assegnato a questo ospedale due posizioni professionali (quella di parroco e quella di referente della pastorale); mentre la Chiesa evangelica ha messo a disposizione una pastora non a tempo continuo. Le Chiese si occupano della pastorale relativa a circa 700 pazienti. Vengono svolte regolarmente celebrazioni di natura ecumenica e l’intera attività di sostegno all’elaborazione del lutto viene svolta su base ecumenica.

 

Che tipo di richieste vengono poste dai pazienti che affluiscono da altri Paesi e culture?

Spesso il paziente, indipendentemente dalla sua confessione, desidera unicamente di essere “accompagnato” nel periodo di crisi. E questo è il nostro servizio:

non solo pregare, ma accompagnare

– ed è il mio compito principale – la persona in questa situazione anche rendendo più facile il collegamento con i propri congiunti.

 

Una “fortuna” per la pastorale dell’ospedale Leopoldina di Schweinfurt è di essere inserita in una diocesi, quella di Würzburg, tra le poche ad aver registrato un incremento degli introiti della Kirchensteuer – la tassa sull’appartenenza religiosa – con ben 3 milioni di euro a disposizione. Ciò cosa comporta?

Nella nostra diocesi si continua a considerare importante la prosecuzione della pastorale ospedaliera, che ovviamente richiede anche dei costi finanziari. Altrove si è fatta la scelta di spostare persone come me in altri ambiti. A Würzburg, invece, il vescovo ha manifestato la volontà di rafforzare ulteriormente la pastorale ospedaliera. Attualmente portiamo avanti progetti di sensibilizzazione, al di fuori dall’ospedale, relativi a un lavoro più capillare, individualizzato. Sono contento che la nostra diocesi abbia fatto questa scelta, nonostante vi siano molti posti liberi per la cura pastorale non più rimpiazzati. Mancano diaconi, referenti per la pastorale, altre figure professionali. I fondi ci sono ma mancano le persone.

 

Con la crisi dei rifugiati la pastorale sociale e sanitaria è stata messa a dura prova. Cosa significa per voi incontrare persone di mondi completamente diversi che divengono destinatarie delle attività della pastorale ospedaliera?

Per quanto riguarda l’ospedale, è evidente soprattutto in ambito ginecologico e pediatrico, dove lavora mia moglie, con l’arrivo di molte famiglie di rifugiati. Non facciamo differenza sulla loro religione. Accogliamo anche persone di altre fedi, come quella islamica. Ritengo che il mio compito sia multi-confessionale. Tuttavia, sappiamo che esistono problemi, non solo di comunicazione ma anche a livello sociale. Credo che anche questo faccia parte dei compiti degli intermediari: rassicurare, creare comprensione. L’ospedale è il luogo in cui si percepisce più rapidamente questo flusso di profughi. Qui a Schweinfurt c’è un centro di accoglienza che oramai conta oltre mille persone. L’ospedale Leopoldina è pubblico e quindi multiconfessionale. Per noi rappresenta una sfida sia dal punto di vista dell’assistenza sanitaria, ma anche da quello dell’assistenza spirituale.

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