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Occorrerà rifondare l’Europa. Con o senza i britannici

L'accordo raggiunto al summit di febbraio ha consentito al premier Cameron di tornare a Londra per convocare il referendum sulla permanenza o meno del Regno nell'Ue. Le conseguenze del Brexit sarebbero pesanti, ma forse è tempo di riformulare il progetto di integrazione. Prosegue il dibattito avviato dal Sir sul tema: questa volta interviene un europeista francese

Bruxelles: il premier inglese David Cameron a colloquio con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Due visioni distanti del processo di integrazione comunitaria

La notte del 19 febbraio, i capi di Stato e di governo dell’Unione europea hanno approvato un accordo per ridefinire i termini di adesione del Regno unito all’Ue. Il giorno dopo, il primo ministro britannico David Cameron ha riunito il suo governo e ha annunciato che il referendum si terrà 23 giugno. Che portata attribuire a questo accordo? Quale futuro per l’integrazione europea in caso di vittoria del “sì” piuttosto che del “no”?
Al vertice di febbraio il Regno Unito e i suoi 27 partner dell’Ue hanno definito i termini di un accordo di diritto internazionale che è giuridicamente vincolante e verrà inserito nel Trattati europei in una loro prossima revisione.

È stato raggiunto un compromesso equilibrato

per quanto riguarda la creazione di un “freno di emergenza” che consente a un singolo Stato non membro della zona euro, ma appartenente all’Ue, la convocazione di un vertice europeo se una misura dell’Eurozona suscita le sue riserve. L’accordo stabilisce che è necessario approfondire l’unione economica e monetaria e “gli Stati membri la cui moneta non è l’euro” non ostacoleranno “l’attuazione degli atti giuridici collegati direttamente al funzionamento dell’area euro”.
Il primo ministro ha inoltre ottenuto che il riferimento del Preambolo del Trattato dell’Unione a un’unione sempre più stretta non si applichi al suo Paese. È stato inoltre rafforzato il potere dei parlamenti nazionali per ritoccare un’iniziativa legislativa.
Il maggiore ostacolo prima del Consiglio europeo era certamente la richiesta britannica in materia di prestazioni sociali da concedere ai lavoratori migranti europei. Mentre l’accordo del vertice riafferma la libera circolazione dei lavoratori, si è capito che uno Stato membro può privare i lavoratori migranti per un periodo eccezionale di sette anni, e individualmente per un massimo di quattro anni, delle prestazioni normalmente legate ai loro salari. Dal 1° gennaio 2020 tutti gli Stati membri potranno indicizzare il montante degli assegni familiari per un figlio di un lavoratore migrante, che vive nel suo Paese d’origine, alle condizioni di vita di quel Paese.
Infine l’accordo – il “deal” – sarà valido solo in caso di vittoria del “sì” al referendum (sì alla permanenza nell’Ue). Le sue disposizioni saranno caduche se i britannici voteranno per il Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Ue. Questa uscita potrebbe essere formalizzata immediatamente dopo un vittoria del “no” alla permanenza nell’Ue seguendo la procedura stabilita dall’articolo 50 del Trattato dell’Unione. Secondo alcuni studi, questo processo potrebbe durare da cinque a dieci anni. Dovrebbero essere esaminate, ed eventualmente inserite nel diritto nazionale, centinaia di normative europee che oggi si applicano direttamente. Il governo britannico dovrebbe rinegoziare più di 200 accordi internazionali. Le conseguenze economiche di un Brexit sarebbero considerevoli, l’impatto geopolitico sarebbe negativo per tutta l’Europa e verrebbe messa in causa la coesione stessa del Regno Unito perché gli scozzesi, forse anche i gallesi, sarebbero indotti a richiedere un referendum sulla propria indipendenza.
Diversi argomenti sono dunque a favore del mantenimento del Regno Unito nell’Ue, ma un “no” è del tutto possibile nella misura in cui il referendum sarà molto più influenzato dalla questione dei migranti che dall’accordo del 19 febbraio.
Qualunque sia l’esito del voto di giugno,

l’accordo ha in ogni caso confermato l’esistenza di un’Europa a due velocità.

Questa constatazione – l’ammissione da parte di alcuni del fallimento dell’integrazione europea – potrebbe anche aprire la strada a una revisione del progetto di Unione. Matteo Renzi, presidente del Consiglio italiano, ne ha parlato in un commento dopo il summit, e Papa Francesco ha ripreso il tema durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dal Messico (“rifondare l’Europa”). È a questo progetto che dobbiamo dedicarci.
Coloro che possono e vogliono proseguire l’esperienza storica dell’integrazione europea – probabilmente il nucleo storico – dovrebbero allora riformulare questo progetto adattandolo alle condizioni della globalizzazione e della rapida circolazione non solo di beni, servizi e capitali, ma anche delle persone.

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