L’euroscossa di Mario Draghi: i tassi a zero per tornare a crescere

La decisione del presidente della Bce di abbassare ulteriormente i tassi di interesse, di aumentare l’acquisto di titoli di Stato (quantitative easing) e di estenderlo pure ad obbligazioni aziendali di un certo tipo, sta a significare che l’economia dell’eurozona versa in condizioni difficili. E che ora si prova a somministrare una terapia d’urto. Ora sono gli Stati aderenti – e i loro sistemi politico-economici – a doverci provare sul serio. Draghi ha tolto ogni alibi esterno: adesso ognuno è artefice della propria sorte.

Quando un medico interviene sul paziente con una terapia immediata, pesante e articolata, significa una cosa chiara: lo stato di salute del paziente è grave. Speriamo non sia compromesso.
Ecco: la decisione di Mario Draghi e della “sua” Bce di abbassare ulteriormente i tassi di interesse, di aumentare l’acquisto di titoli di Stato (quantitative easing) e di estenderlo pure ad obbligazioni aziendali di un certo tipo, sta a significare che l’economia dell’eurozona versa in condizioni difficili. E che ora si prova a somministrare una terapia d’urto. Non è l’ultima possibile, ma non siamo lontani da quel limite estremo.

La malattia è chiara e diffusa: non c’è crescita economica, i prezzi continuano a calare, stiamo danzando attorno alla deflazione.

Che, in parole povere, significa decadenza senza possibilità di porvi rimedio con le manovre monetarie classiche. Il Giappone è caduto dentro quel burrone oltre vent’anni fa e non riesce ad uscirne fuori in nessun modo.
Perché l’Europa – almeno quella che usa l’euro – non riesce più a crescere? Si pensava fosse un problema di liquidità, di consumi: i tassi vicini allo zero servivano appunto per stimolare i consumi, e quindi la produzione, una sana inflazione, l’occupazione, l’aumento dei redditi… I consumi sono rimasti fermi, la liquidità c’è ma rimane lì, congelata. I risparmiatori non si fidano del futuro e tengono enormi cifre ferme nei conti correnti (oltre 400 miliardi di euro solo in Italia); gli imprenditori non investono nonostante il denaro sia quasi gratis; gli Stati sono indebitati e hanno chiuso il rubinetto degli investimenti pubblici.
Rimaneva l’export, i soldi che arrivavano dal resto del mondo per acquistare prodotti (auto, agroalimentare, chimica, farmaceutica) e servizi europei (finanza, turismo). Peccato che la crisi delle materie prime abbia paralizzato i portafogli di arabi, russi, brasiliani, indiani… E ora pure la Cina non se la sta passando un granché bene.
Che può fare Draghi? Quello che sta facendo, pur andando contro i tedeschi che non credono siano quelli i mali dell’euro e quindi le terapie da adottare. Inonda l’eurozona di soldi (il costo del denaro è zero) ma costringe ad utilizzarli (le banche pagheranno lo 0,40% alla Bce se non li utilizzano: attenzione che il sistema bancario è al limite dello stress sopportabile). Azzera ogni possibilità di rendita facile (Btp, obbligazioni) stimolando ad investire, a scommettere. Riduce al minimo gli interessi sui debiti pubblici, sperando che gli Stati ne approfittino o per investire, o per ridurre i loro debiti.

Dà all’euro-economia tutte le munizioni che ha la Bce per combattere questa battaglia.

Insomma può fare questo, può fare ancor di più di questo, ma non può fare altro. Ora sono gli Stati aderenti – e i loro sistemi politico-economici – a doverci provare sul serio. C’è chi è in profonda difficoltà (Grecia, Portogallo e Finlandia su tutti); chi comunque va per la sua strada (Germania). Ad essere precisi,

la fonte dei problemi si trova in Francia e Italia. Due grosse economie che – per ragioni interne – vanno da tempo a velocità ridottissima.

La Francia è assolutamente refrattaria a qualsivoglia tipo di cambiamento; l’Italia sa che deve cambiare moltissimo, ma fatica a passare dalle intenzioni ai fatti.
Draghi ha tolto ogni alibi esterno: adesso ognuno è artefice della propria sorte.

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