Tra Londra e Ue un matrimonio tormentato. E si ora affaccia l’opzione-Brexit

"Casa comune" o semplicemente "vicini di casa". L'adesione alla Comunità europea probabilmente non ha mai convinto appieno i britannici che, con il referendum del 23 giugno voluto dal premier Cameron, potrebbero lasciare l'Unione. Con questo contributo, firmato da un europeista tedesco, Sir inaugura una serie di riflessioni sul rapporto tra l'Isola e gli altri 27 Stati membri

Dopo le ulteriori concessioni che il Consiglio europeo del 18 febbraio ha fatto al primo ministro britannico Cameron riguardo il ruolo del suo Paese nell’Unione europea, il 23 giugno prossimo i cittadini e le cittadine decideranno con un referendum se la Gran Bretagna rimarrà o lascerà l’Ue (Brexit).
È molto strano: la volontà degli europei continentali di mantenere la Gran Bretagna nell’Ue e di costruire ponti per questo membro esitante è molto maggiore della propensione dei britannici a rimanere nell’Ue, nonostante tutti i vantaggi che ne traggono, e nonostante la condizioni particolari che sono sempre state accordate loro. È strano soprattutto che ci siano dei membri che ancora credono che l’adesione della Gran Bretagna sia per l’Unione un valore irrinunciabile. Fin dall’inizio, infatti, la politica britannica ha cercato di ostacolare il progetto politico di unificazione europea mirante a una “unione sempre più stretta” dei popoli e degli Stati del continente. Il danno politico che la Gran Bretagna come membro dell’Unione ha causato non è compensato dai vantaggi economici.
Subito dopo l’entrata in vigore della Comunità economica europea nel 1958 (Cee), i britannici, anziché entrare nella Cee, hanno fondato nel 1960 l’Associazione europea di libero scambio (Efta), come modello opposto. Riconosciuto il fallimento della loro creazione, dieci anni più tardi, hanno deciso finalmente di legarsi con molte riserve alla Comunità europea (Ce), consapevoli che dall’interno avrebbero avuto maggiori opportunità di collaborare alla sua definizione e alla sua politica. Per rispondere allo scetticismo dell’opinione pubblica britannica, già allora troppi politici e giornalisti degli Stati fondatori diedero – forse in mala fede – l’impressione che si trattasse esclusivamente di un progetto economico. Si voleva che ci fosse anche la Gran Bretagna, non solo per ragioni economiche, ma anche perché con l’appartenenza della patria del parlamentarismo si sperava di avere una garanzia per la democratizzazione della Comunità. È stato però un grande equivoco! Democratizzazione significa politicizzazione, ma la politicizzazione dell’integrazione europea si è rivelata sgradevole per Westminster.Ciò che ha sempre realmente interessato i politici inglesi riguardo la Ce e l’Ue sono i vantaggi economici e commerciali associati all’appartenenza. E solo su questa base hanno misurato nei decenni successivi il loro impegno europeo. Non hanno condiviso e non sono evidentemente riusciti a trasmettere la visione di un’Europa politicamente unita, dotata di istituzioni federali e democratiche, che parlano e agiscono a nome di tutti in quegli ambiti particolari, definiti comunitariamente, dove le possibilità degli Stati membri non riescono e dove è richiesta un’azione comune nell’interesse del tutto e delle sue parti.
Negli sforzi per far crescere la Comunità europea o l’Unione europea, che nel corso dei decenni sono stati principalmente intrapresi nel contesto delle conferenze intergovernative di Maastricht (1992), Amsterdam (1997), Nizza (2001) e Lisbona (2007) o nella Convenzione europea (2002/3), non appena si trattava di materia politica e istituzionale, la parte britannica non portava alcun contributo costruttivo, ma solo preoccupazione e rifiuto; così Londra ha insistito in maniera sistematica sulle eccezioni e sulle regole speciali.
I deficit dell’Unione di oggi sono da attribuire anche al fatto che la Gran Bretagna non è riuscita a fare le riforme necessarie al cammino verso l’unione politica. Un certo numero di disposizioni specifiche che i partner hanno accettato nel corso degli anni per rispondere ai desideri e alle condizioni poste dalla Gran Bretagna hanno indebolito l’Unione e ne hanno diminuito la credibilità sia internamente che esternamente: la Gran Bretagna non è parte dell’Unione monetaria né degli accordi Schengen sull’apertura delle frontiere e il diritto di circolazione; la legislazione europea nel settore della giustizia e degli affari interni non si applica nel Regno Unito; quanto al finanziamento delle politiche dell’Unione, la Gran Bretagna rivendica uno sconto significativo rispetto al bilancio comunitario; anche nel patto fiscale la Gran Bretagna non interviene. Tutti questi diritti speciali ed eccezioni, che sono dovuti alla continua tutela della sovranità britannica, mettono in discussione l’idea di comunità e di solidarietà, e in ultima analisi, anche l’obiettivo di unificazione dell’Europa.
Su questa base, una Brexit sarebbe la soluzione migliore per lo sviluppo e il futuro dell’Unione europea.

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