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Memoria e politica: dalla storia il profilo di un’Europa che guarda avanti

La conoscenza delle proprie radici fonda il presente e alimenta una cittadinanza democratica e partecipativa. Tre linee-guida: favorire lo studio della storia, rafforzare la coesione nazionale e l'apertura ad orizzonti europei, affermare il bene comune

La questione della memoria è diventata una posta in gioco assai importante nella nostra società pluralistica dove convivono e si sovrappongono memorie differenti, a volte in contraddizione, anche in opposizione tra di loro. L’interesse del pubblico per i libri di storia è una testimonianza di tale interesse. È lontano il tempo del re francese Enrico IV, quando decideva di seppellire la memoria dei conflitti religiosi. Nel 1598, il famoso Édit de Nantes, recitava: “Che la memoria di ogni cosa passata da una parte e dall’altra, sarà spinta e assopita, come cosa non accaduta”. Invece, oggi, si parla del “dovere della memoria”. Spetta a una politica della memoria, in Paesi con una storia ricca e complessa, di riunire i propri cittadini attorno a ciò che può unire, per capire il passato, vivere il presente e costruire un avvenire comune. La “politica della memoria” riveste allora una posta sociale di estrema importanza.

Dovere di memoria o dovere di storia? I filosofi si interessano molto a questa questione. Alain Finkielkraut in “Una voce dall’altra riva” (2005) avverte contro l’espressione “dovere di memoria”. Paul Ricoeur parla nel suo libro del 2000 “La memoria, la storia, l’oblio”, di una “memoria costretta” e di una “ingiunzione” di memoria. In realtà, memoria e storia si completano, si nutrono l’una dell’altra. La memoria nutre le esigenze di rigore della scienza storica. Certo, scrivere la storia significa sorpassare la storia, mettere in ordine i ricordi, collocarli negli avvenimenti, capirli, spiegarli, trasformare in pensiero un vissuto emozionale. Lo storico Marc Bloch (“La strana disfatta”, 1946, e “Apologia della storia o mestiere dello storico”, 1950) l’ha dimostrato molto bene. Nello stesso tempo, spesso la ricerca storica nasce da una richiesta a proposito di eventi, luoghi, personaggi. Ciò permette il rinnovamento delle conoscenze, con convegni, pubblicazioni… La storia prepara allora la cittadinanza. La questione quindi è sapere quali messaggi le nazioni europee possono e vogliono trasmettere, e come.

Quali obiettivi perseguire? Ritengo vi siano tre obiettivi. Anzitutto favorire la conoscenza del passato per sapere da dove veniamo e capire le sfide alle quali dobbiamo rispondere. Henri-Irénée Marrou ne “La conoscenza storica” (1954) risponde semplicemente alla domanda “Cosa è la storia?”: “La storia è la conoscenza del passato umano”. In secondo luogo occorre rafforzare la coesione nazionale. Nella sua conferenza “Che cosa è una nazione?”, nel 1882, Ernest Renan dava questa definizione: “Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose che, a dire il vero, ne sono una sola, costituiscono tale anima, tale principio spirituale. L’una è nel passato, l’altra nel presente. È il possesso in comune di un ricco lascito di ricordi; l’altro è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far vivere il lascito ricevuto”. Il convivere, la nazione, la civiltà europea… Non si tratta di una razza, né di una religione, né di un partito; si tratta dell’addizione delle differenze, con la volontà di sorpassarle. Terzo obiettivo è affermare il bene comune, cioè riconoscere valori comuni: democrazia, diritti umani, giustizia sociale, uguaglianza, fraternità. La politica della memoria deve sottolinearli.

Quali mezzi utilizzare? Le commemorazioni sono un mezzo di grande importanza per trasmettere una conoscenza e un messaggio. Commemorare significa etimologicamente “ricordarsi con”, cioè riunirsi, essere insieme, gli uni con gli altri, per ricordarsi un evento particolare o una personalità di notevole rilevanza. La commemorazione permette di trasmettere un messaggio. Commemorare la strage della Prima guerra mondiale in questi anni del centenario significa trasmettere messaggi sul sacrificio, il coraggio, il dono di sé, ma anche sulla guerra e le sue miserie, e sul valore della pace e della riconciliazione tra le nazioni, su ciò che rappresenta l’unione dell’Europa oggi. Commemorare la liberazione dei campi nazisti è l’occasione per ricordare che a un certo momento della nostra storia europea, la civiltà si era quasi accasciata sotto i colpi di una barbarie inedita. Ciò che il mondo vive oggi, nel Medio Oriente, in Africa, in Europa, mostra che una nuova forma di totalitarismo e di barbarie assoluta, è attiva. Una decina di anni fa, si poteva pensare che le commemorazioni fossero divenute atti rituali un po’ superati. Ci rendiamo conto oggi che sono più che mai indispensabili. Come tra il 1940 e il 1945, l’Europa e tanti altri popoli, sono minacciati da un nuovo totalitarismo, da barbari che vogliono spargere l’odio e la paura, che cercano di distruggere la fiducia mutua senza la quale nessuna società può vivere.

Ma le commemorazioni non hanno alcun senso se non poggiano sull’educazione e sulla cultura.

I nostri nemici hanno la volontà di distruggere tutte le forme di espressione culturale e di fare del passato tabula rasa.

Memoria e coesione. Vladimir Jankélévitch afferma che “i morti dipendono completamente dalla nostra fedeltà”. È un fardello pesante per lo storico come per il cittadino. Le politiche della memoria, sostenute dagli Stati e dalle collettività territoriali (comuni, regioni) del continente, debbono assicurare la trasmissione di una memoria che permetta la coesione delle nazioni, e attraverso una storia fatta spesso di conflitti, dell’Europa.

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