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De Kesel, il vescovo belga che sa parlare il linguaggio della laicità

Intervista con monsignor Jozef De Kesel nominato presidente della Conferenza episcopale belga. "Credo - dice - che sia importante in una società come quella belga non nascondersi. È quello che Papa Francesco sta domandando: essere una Chiesa che non si chiude in se stessa, non si tira indietro, non si difende dietro le mura della sacrestia ma partecipa con rispetto e senza mai imporsi al dibattito".

Generazione Francesco. Si possono chiamare così gli arcivescovi di nuova nomina scelti per rappresentare e far vivere nelle città del mondo la Chiesa della misericordia. Monsignor Jozef De Kesel è stato nominato arcivescovo di Malines-Bruxelles sul finire del 2015 e, poche settimane fa, i vescovi belgi lo hanno scelto come presidente della Conferenza episcopale. Preciso all’appuntamento, non si tira indietro a nessuna domanda. Accetta anche di parlare della polemica che lo ha visto protagonista a dicembre per le sue dichiarazioni sull’eutanasia e il diritto all’obiezione di coscienza. Non è tanto quel che dice ma “come” lo dice a fare la differenza. E alla domanda se vuole rileggere l’intervista, risponde di no. “Ho piena fiducia”. Due sono le sfide che lo interessano di più in questo momento. Come presidente della Conferenza episcopale, quello di garantire l’unità della Chiesa in un Paese dove vivono due comunità francofona e fiamminga. L’altra è quella di confrontarsi tutti i giorni con una società secolarizzata. “La Chiesa non rappresenta più la maggioranza della popolazione – racconta -. E questa è una nuova sfida per una Chiesa che deve trovare il suo posto nella società”.

Lei a fine anno è stato al centro di una polemica per le sue dichiarazioni sull’eutanasia. Come l’ha vissuta?
Ho dato un’intervista a un giornale e a margine il giornalista mi ha chiesto dell’eutanasia e io ho risposto che la Chiesa difende sempre la vita. E che la legge prevede anche in Belgio che il medico non è mai obbligato a farla e che c’è sempre la possibilità di obiezione di coscienza. E allora il giornalista mi ha chiesto se anche gli istituti cattolici hanno anche loro questa possibilità. E io ho risposto di sì. E su questa risposta si è scatenata una polemica: alcuni hanno addirittura detto che il nuovo arcivescovo non si conforma alla legge. Ma qualche giorno dopo sui giornali si è precisato che giuridicamente avevo ragione: la legge del 2002 prevede anche a livello istituzionale l’obiezione di coscienza.

Come si spiega allora la reazione dei media alle sue dichiarazioni?
È la mentalità belga che spinge a dire che i vescovi si mettono al di sopra della legge. Ma guardi, sono contento. Questa polemica ha creato nella settimana successiva un dibattito sull’argomento. È stata per noi l’occasione per porre degli interrogativi e dire alcune cose, come ad esempio che l’eutanasia non è un atto puramente medico, che bisogna rendersi conto di quello che si fa.

Quanto è importante l’obiezione di coscienza?

È importantissima. È un paradosso non consentirla. L’obiezione di coscienza è un segno di libertà. Uno dei valori più importanti delle società moderne è proprio la libertà. E se sono stato criticato per l’obiezione di coscienza, allora sono stato criticato per la libertà. La libertà religiosa e la libertà di coscienza sono dei diritti umani che bisogna difendere. E non è un segno di grande progresso se lo Stato impedisce l’obiezione di coscienza perché impedisce un diritto di libertà.

Come dialogare con una società che fa fatica a capire le ragioni della Chiesa?
La settimana scorsa sono stato invitato a un dibattito con il presidente dell’Associazione della laicità in Belgio organizzato da una università laica. Ho subito accettato l’invito come segno di apertura. Ma anche come occasione per dire quello che pensiamo. Credo che sia importante in una società come quella belga non nascondersi. È quello che papa Francesco sta domandando:

essere una Chiesa che non si chiude in se stessa, non si tira indietro, non si difende dietro le mura della sacrestia ma partecipa al dibattito.

Certo, non siamo noi a dover fare le leggi. È compito del Parlamento. Ma siamo cittadini e come tali partecipiamo alla vita civile. La Chiesa deve poter giocare il suo ruolo. E lo fa con rispetto. Mai per imporsi.

Parliamo di un altro argomento scottante. Le migrazioni. Lei cosa sceglie tra accoglienza e sicurezza?
Tutte e due. Per i politici non è facile. Se ci sono rifugiati politici che non possono rientrare nei loro Paesi di origine perché sono in guerra, non è possibile obbligarli a ritornare indietro. Certo, occorre condividere le responsabilità tra i Paesi. È una situazione difficile.

Qual è la voce Chiesa?
La Chiesa in Belgio, a livello di parrocchie, sta dimostrando di essere pronta ad accogliere le persone. Si sta facendo un lavoro enorme in questo senso.

Il nostro è un appello ad essere una umanità generosa, più misericordiosa perché la soluzione non può essere semplicemente quella di chiudere le frontiere.

Qual è il messaggio di Papa Francesco alla società belga?
Papa Francesco ci sta continuamento dicendo di non diventare indifferenti. La grande tentazione di una cultura ricca, come la nostra, è proprio quella di pensare che gli “altri” non sono dei nostri problemi.

L’indifferenza è la grande minaccia della cultura di oggi.

E Papa Francesco ci sta chiedendo di aprirsi ad una più grande solidarietà, generosità. Ad una più grande misericordia. È questo il messaggio: resistere al pericolo di diventare indifferenti.

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