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Tornano, con prepotenza, i nazionalismi: Ue in pericolo. Ma non c’è più spazio per i piccoli Stati

Le recenti crisi che hanno investito il Vecchio Continente, dall'economia all'emergenza-profughi, hanno risvegliato sentimenti e forze di stampo populista e xenofobo, contrarie al processo di integrazione. Eppure appare sempre più chiaro che di fronte ai fenomeni globali è necessaria la stretta collaborazione fra i Paesi del'Unione nel segno della solidarietà

Saranno profondamente delusi, di fronte agli sviluppi attuali, coloro che negli ultimi decenni hanno sostenuto il processo di unificazione europea nella persuasione della sua fondamentale bontà e nella speranza di una realizzazione duratura in senso federale e democratico del nostro continente. Persone che forse hanno anche cercato, in un modo o nell’altro, di contribuire alla sua attuazione, com’è stato per tanti cittadini impegnati.
Deludente è innanzitutto il fatto che

è di nuovo in aumento in molti Paesi membri il virus del nazionalismo e della xenofobia,

nonostante le diverse azioni di riconciliazione e i generosi investimenti in opere di solidarietà, cosa che appartiene all’essenza dell’Unione europea.
Deludente è un’altra circostanza: con la ri-nazionalizzazione della politica europea, conseguenza del virus,

la solidarietà si perde per strada a favore di una fittizia sovranità nazionale e la soluzione comunitaria di problemi comuni è resa impossibile.

Tutto ciò in un momento in cui le molteplici e complesse crisi, che da alcuni anni fanno vacillare l’economia, la società e le politiche nazionali e l’Unione stessa, sommate insieme hanno raggiunto una dimensione critica che potrebbe portare non solo alla delusione, ma anche allo scoraggiamento. Da lì alla rassegnazione non mancherebbe molto.
Finché si resta nell’ambito di sviluppi critici legati all’economia e alla moneta, nella gestione delle crisi si tratta di variabili quantificabili, più o meno note, controllabili sulla base dell’esperienza e utilizzando metodi collaudati in conformità con le regole presenti nei trattati. Anche in questo caso sono evidenti le interdipendenze reciproche tra gli attori e quindi le possibili soluzioni sono negoziabili.
Adesso però, insieme all’arrivo di centinaia di migliaia di profughi provenienti da diverse aree di guerra e miseria del Medio Oriente e dell’Africa, si è aggiunta una crisi di dimensioni e tipologia completamente diverse.

Ora si tratta di persone, con le loro sofferenze e speranze, e della necessità di fornire loro protezione,

di accoglierle in modo dignitoso e di fornire loro una prospettiva che ne faciliti l’integrazione in un ambiente e una società loro estranei.
Di fronte a questa nuova sfida, troppi governi degli Stati membri dell’Unione, guidati da forze euroscettiche, nazionalistiche e xenofobe, hanno reagito con il panico; a spese dei loro vicini hanno reso impermeabili i confini; secondo il motto “Si salvi chi può!” rifiutano la solidarietà europea; e non si rendono conto che affrontare i compiti posti dalla nuova situazione richiede uno sforzo congiunto. Ciò ha portato a una profonda rottura in Europa.

Se questo stato d’animo dovesse perdurare, diventerebbe impossibile portare avanti l’integrazione e l’unità dell’Europa. Poiché senza una spinta etica mancherebbe il motore al progetto.

Dobbiamo quindi rinunciare alla speranza che quest’opera di pace possa avere successo? Ci sono molte ragioni per resistere alla rassegnazione. Rassegnarsi significherebbe cedere alle forze che nel secolo scorso hanno portato guerra e distruzione, declino morale e culturale e disumanità.
La partita della politica di unificazione europea è tutt’altro che persa, anche se i suoi sostenitori e protagonisti sono oggi sotto una notevole pressione e ostilità da parte del nemico: lo scettico e il recalcitrante.
I trattati comunitari e i molti altri accordi bilaterali e multilaterali che uniscono gli Stati europei tra loro e l’uno all’altro, hanno reso i loro rapporti così consistenti che ormai da tempo è stato superato il “punto di non ritorno”, da cui fare marcia indietro sarà difficilmente possibile.

Gli interessi che sono stati investiti, sia da parte delle strutture statali sia delle forze sociali, impediscono un ritorno ai piccoli Stati.

Chi si oppone alla solidarietà, tra cui – e questa è un’altra delusione, particolarmente amara – i Paesi dell’Europa orientale e centrale che hanno a loro volta sperimentato una grande solidarietà dopo la caduta della Cortina di ferro, dovranno mettere sulla bilancia anche i vantaggi comunitari che favoriscono e in futuro favoriranno il loro sviluppo economico e sociale.
Restano poi ancora i bisogni che hanno portato i Paesi europei a costituirsi insieme in comunità, e che non possono essere facilmente spiegati ad alcuni populisti dalla retorica superficiale e miope. In considerazione della crescente globalizzazione, anche per i più grandi Stati membri non è più possibile esistere singolarmente. Hanno bisogno della comunità e della sua solidarietà.

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