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Profughi: la risposta europea non decolla. E la Commissione punta l’indice verso Grecia e Italia

L'Esecutivo traccia il quadro dell'emergenza legata al crescente arrivo di rifugiati. Secondo Bruxelles gli Stati membri si defilano dalle responsabilità congiunte. Così Atene, Roma e l'area balcanica restano sole; traballa Schengen. Il tema tornerà in agenda al summit del 18-19 febbraio

Bruxelles, 10 febbraio: il commissario Ue Dimitri Avramopoulos interviene sull'emergenza-migrazioni in Europa (foto SIR/CE)

“È necessario giungere a una gestione ordinata dei flussi migratori”, afferma Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue. “Dobbiamo agire con senso di responsabilità e secondo il criterio di solidarietà”, gli fa eco Dimitri Avramopoulos, commissario con delega alle migrazioni. L’Esecutivo di Bruxelles torna a rimettere al centro della politica comunitaria il problema dei rifugiati, richiamando ognuno degli Stati membri a “fare la propria parte”. Ma l’Agenda lanciata dalla stessa Commissione, nel maggio scorso, non decolla e il peso principale delle pressioni migratorie resta concentrato su Grecia, Italia e Balcani. Così l’intero sistema-Schengen appare sempre più in pericolo.

Ue lontana dall’efficienza. In vista del Consiglio europeo del 18-19 febbraio,

la Commissione fa il punto sulle migrazioni, sollecitando i 28 capi di Stato e di governo ad assumere decisioni concrete e a rispettarle.

Non cessano, anzi aumentano, gli arrivi via terra e via mare di persone che fuggono dalla guerra, dall’Isis, dalla fame, dai disastri ambientali, dalle persecuzioni etniche e religiose; così la Commissione torna a lanciare l’allarme: “La più grave crisi dei rifugiati dalla fine della seconda guerra mondiale, che vede oltre 60 milioni di rifugiati e sfollati interni nel mondo, richiede un rafforzamento radicale del sistema migratorio dell’Ue e una risposta europea coordinata”. D’altro canto “non ci si può illudere di superare la crisi dei rifugiati senza affrontarne le cause di fondo”, che riguardano lo sviluppo economico e sociale dell’Africa, la stabilizzazione politica e democratica del Medio Oriente. Il Collegio dei commissari sembra partire da lontano, ma in fin dei conti arriva al dunque: “Siamo tutti d’accordo nel voler affrontare la questione – dice Avramopoulos –, ma siamo lontani da attuare le decisioni assunte di comune accordo” e “sul campo siamo inefficienti”.

Un ventaglio di azioni. Le risposte all’arrivo crescente di profughi dovrebbero prendere diverse direzioni: entrata in funzione “di tutti gli hotspot previsti” in Italia e Grecia; riconoscimento “del 100% dei migranti” che arrivano in Europa; frontiere esterne più sicure anche mediante il varo di una Guardia costiera e di frontiera Ue; “dar corso ai ricollocamenti”; “aumentare i rimpatri di migranti che non hanno il diritto alla protezione” internazionale; adempiere all’accordo con la Turchia, compresi i tre miliardi di euro da destinare ad Ankara per assistere i rifugiati siriani. Nel presentare, mercoledì 10 febbraio, una serie di documenti sull’argomento, Avramopoulos ha riconosciuto che “sono stati compiuti progressi riguardo a una serie di questioni”. A titolo di esempio, “è migliorato il tasso di rilevamento delle impronte digitali, che è un elemento essenziale della corretta gestione del sistema di asilo”. La percentuale di migranti le cui impronte sono inserite nella banca dati Eurodac è passato in Grecia dall’8% del settembre 2015 al 78% del gennaio 2016, e in Italia nello stesso periodo dal 36% all’87%.

“Resta il fatto, tuttavia, che molte scadenze non sono state rispettate e gli impegni sono lungi dal potersi considerare adempiuti”.

Grecia in affanno. Lo sguardo si posa dunque su Grecia, Italia e Balcani, ritenuti i “punti deboli” della risposta alle migrazioni. Anche perché si tratta delle aree geografiche più esposte agli arrivi, mentre i Paesi dell’Europa centrale, orientale e settentrionale – salvo qualche lodevole eccezione come Germana e Svezia – continuano a tirarsi indietro da interventi nel segno della solidarietà europea. Così, per quanto riguarda la Grecia, nei documenti della Commissione si legge:

“La realizzazione dei cinque punti di crisi (hotspot) individuati nelle isole dell’Egeo – Lesbo, Chios, Samo, Leros e Kos – è stata lenta”.

Nel frattempo, l’identificazione dei profughi “viene effettuata in strutture temporanee”. Una volta pienamente operativi, i punti di crisi in Grecia dovrebbero avere la capacità di rilevare le impronte digitali di circa 11mila persone al giorno. Da parte sua la Grecia può però ricordare che mentre erano stati promessi ricollocamenti di 66.400 persone, finora ne sono stati effettuati 218; e solo 15 Stati si sono fatti avanti, dando disponibilità a tendere la mano, ma per un totale di un migliaio di posti. Il Paese ha ora tre mesi di tempo per mettersi in regola con il dettato di Schengen.

Italia: qualche passo avanti. Diversa, ma pur sempre problematica, la situazione per l’Italia. “La prevista entrata in funzione di sei hotspot individuati dalle autorità italiane (Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle/Villa Sikania, Trapani, Augusta e Taranto) ha subito rallentamenti”. Solo due punti di crisi, afferma la Commissione, “sono pienamente operativi”, cioè Lampedusa e Pozzallo. Questi due hotspot hanno però raggiunto una quota di rilevamento delle impronte digitali “del 100% per gli sbarchi più recenti” e la percentuale di rilevamento delle impronte digitali è passata dal 36% nel settembre 2015 all’87% nel gennaio 2016.

Peraltro l’Italia è “in credito” verso il resto d’Europa: erano stati promessi 39.600 ricollocamenti in due anni, e in totale il conto si ferma a 279.

Nel 2015, inoltre, l’Italia ha dato corso a 14mila rimpatri forzati di persone che non avrebbero avuto diritto all’asilo, ma per la Commissione non basta, perché “ciò rimane insufficiente alla luce degli oltre 160mila arrivi del 2015”.

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