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Profughi: nord Europa in fibrillazione. Dopo le “braccia aperte” ora si chiudono le frontiere

I Paesi scandinavi sono stati tra i primi ad aprire le porte a migranti e rifugiati africani e mediorientali. Ma ora, sotto le insistenze delle opinioni pubbliche, i governi inaspriscono le leggi e parlano di respingimenti. Si levano le voci critiche delle Chiese cristiane, mentre Caritas e vescovi cattolici si schierano per l'accoglienza

Il nord Europa è in ebollizione sull’emergenza-profughi, mentre i Paesi mediterranei e balcanici continuano a fare i conti, ogni giorno, con migliaia di migranti stremati che arrivano da Africa e Medio Oriente. E se da Helsinki a Londra si parla di “respingimenti”, Grecia e Italia invocano i “ricollocamenti”. Paradossi di una Unione europea che non ha una politica migratoria comune e di 28 Stati membri che procedono ciascuno secondo i propri criteri e interessi.

 

Svezia: confronto tra governo e Chiese. Proprio dal nord Europa, e in particolare dalla Scandinavia, nei giorni scorsi sono arrivate dichiarazioni di sospensione dell’Accordo di Schengen, che garantisce la libera circolazione all’interno dell’Ue. La Svezia è andata oltre: il ministro degli interni di Stoccolma, Anders Ygeman, il 28 gennaio si è detto risoluto nel rispedire indietro “tutti coloro le cui domande di asilo saranno rifiutate”. Sulla base dei 163mila arrivi del 2015, Ygeman ha stimato che il 45-50% delle domande saranno nulle, e ha quindi ipotizzato tra i 60 e gli 80mila respingimenti. Ma la Caritas Svezia non ci sta: “Si tratta di un segnale politico che il ministro ha voluto dare per limitare gli arrivi”, riferisce al Sir George Joseph, responsabile Caritas per la questione immigrazione. “Certo, continuassero gli arrivi di 2-3mila persone alla settimana, come a novembre, l’accoglienza andrebbe in crisi e sarebbe difficile trovare alloggio per tutti”. “Le cifre del ministro non sono corrette”, contesta Joseph: fino ad ora tutti i siriani e gli eritrei sono stati accolti, per gli afghani o le altre nazionalità la percentuale si riduce.

A preoccupare il ministro, sarebbero anche i 6mila minori non accompagnati presenti oggi nel Paese.

Ma Joseph incalza: “Le sue affermazioni generano confusione nell’opinione pubblica svedese e sfiducia negli immigrati rispetto alla Svezia”. E se le domande di asilo vengono rifiutate, per il responsabile Caritas “si tratta comunque di persone nel bisogno”. Per questo le Chiese svedesi sono unite e attive nello “sforzo di comunicare all’opinione pubblica e al governo che questa proposta è sbagliata, che non funzionerà”, mentre occorre lavorare sulla solidarietà all’interno dell’Ue. Caritas Svezia, altre Chiese cristiane e Ong hanno avviato una campagna di difesa dei diritti degli asilanti e “in ogni parrocchia ci siamo organizzati per attività di accoglienza e di sostegno”.

 

Danimarca: paure per il futuro. Un caso emblematico è quello della Danimarca, con i suoi 21mila nuovi arrivi nel 2015. Il Paese è in una spirale di critiche e commenti per la nuova legge sull’immigrazione approvata al parlamento di Copenaghen il 26 gennaio: oltre ad autorizzare il sequestro ai rifugiati in arrivo di beni oltre i 1.340 euro come rimborso per le spese di accoglienza che lo Stato dovrà sostenere, la legge inasprisce le regole per i ricongiungimenti familiari (possibili ora dopo tre anziché un anno dall’arrivo) e quelle per l’affidamento di minori non accompagnati. Politicamente è il prezzo che il premier conservatore Lars Løkke Rasmussen deve pagare al Partito popolare danese, perché il governo non crolli. Peraltro la normativa è stata votata anche dall’opposizione socialdemocratica. “Questa legge non è una novità. Da un decennio alcuni partiti danesi si oppongono all’immigrazione, soprattutto di persone appartenenti alla religione islamica”, ci spiega il vescovo di Copenaghen, e presidente della conferenza episcopale dei Paesi nordici, mons. Czeslav Kozon. “Ora si è fatto un grosso passo avanti nelle restrizioni: è stato dato un segnale importante che mostra quanto la Danimarca è preoccupata e pensa molto alla propria situazione”. Il vescovo Kozon, che prima dell’approvazione della legge aveva pubblicamente espresso le sue critiche, afferma: “Mi rendo conto che ogni Paese e ogni governo deve far fronte a questa grande sfida dei rifugiati e deve pensare alle sue possibilità. Ma non si può cominciare dal dire ‘non li vogliamo, costano troppo, sono un pericolo per la nostra identità’. Vorrei si cercasse di essere accoglienti e si affrontassero i problemi reali”. Al momento questi arrivi non sembrano creare problemi, “anzi c’è una certa simpatia per i nuovi immigrati”, aggiunge il vescovo. “Ciò che fa preoccupare è il futuro; le difficoltà d’integrazione oggi sono vissute da immigrati che sono qui da molti anni o dalla seconda generazione. A volte basta un cognome arabo perché un giovane istruito e che parla bene la nostra lingua non venga accettato”.

Ne sa qualcosa la comunità cattolica, in larga parte fatta di immigrati o loro discendenti.

“Per questo – conclude il vescovo – seguiamo di più la situazione; ma siamo pochissimi e la nostra voce non conta molto”.

 

In attesa del summit. Timori per il futuro si diffondono, comprensibilmente, un po’ ovunque (e non solo nei Paesi del nord…). Basterebbe rileggere le ultime dichiarazioni del primo ministro inglese David Cameron che intenderebbe accogliere 20-30mila persone entro il 2020, “ma non quelli già in Europa, bensì prendendoli direttamente da Siria e altre zone di conflitto”. Nel frattempo la Finlandia vuole allontanare 20mila migranti che non hanno diritto d’asilo. E i Paesi Bassi, alla guida semestrale del Consiglio dei ministri Ue, studiano un piano per alleggerire la pressione migratoria. Una situazione che si aggroviglia di giorno in giorno, in attesa del nuovo summit dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea che il 18-19 febbraio tornerà per l’ennesima volta sull’argomento.

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