Giornata migrante e rifugiato: i minori, vulnerabili e senza voce

Mi domando come i minori migranti possano abitare le nostre città, come possano essere raggiunti dalle nostre comunità, come possano sentirsi a casa. Mi domando come si pensi a loro, quando la maggior parte delle risorse sono impiegate in sicurezza, dimenticando la sicurezza sociale di questi ragazzi. Mi interrogo su cosa penseranno quei ragazzi non accompagnati dai familiari e provenienti da situazioni drammatiche, che si ritrovano nei Cas, strutture tutt’altro che familiari, centri e non case, più simili a orfanatrofi

“Vulnerabili e senza voce”. Con questi due aggettivi papa Francesco qualifica il mondo dei minori migranti di oggi. Le statistiche internazionali ci ricordano che sono oltre il 50% di tutti i rifugiati, in fuga con la famiglia o anche, in tanti, da soli. In Italia i migranti minorenni sono più di un milione e centomila:

1 immigrato su 5 in Italia è un minore, un bambino, un ragazzo.

Minori sono anche il 20% di 107.000 italiani che hanno lasciato l’Italia nel 2015, abbandonando la scuola, gli amici, la parrocchia, il Paese. Sono oltre il 50% dei rom migranti in Italia dalla Romania, dalla Bulgaria, dal Montenegro, dalla Ex-Jugoslavia, ma anche senza un Paese, apolidi.

A loro il Papa c’invita particolarmente a guardare in questa Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Loro sono un “segno dei tempi”, un tempo della storia della salvezza – ricorda papa Francesco – e un luogo nei quali ripensare e ridisegnare le nostre comunità pastorali, ma anche scuola, famiglia, città. Infatti, molti di questi minori migranti in Italia vivono in famiglie povere, in case sovraffollate. Non hanno spazi di gioco, se non all’Oratorio vicino a casa. Spesso si assentano dalla scuola o addirittura l’abbandonano. Sono soli in casa la maggior parte delle ore del giorno.

Mi domando allora come i minori migranti possano abitare le nostre città, come possano essere raggiunti dalle nostre comunità, come possano sentirsi a casa. Mi domando anche come si pensi a loro, quando la maggior parte delle risorse sono impiegate in sicurezza, dimenticando la sicurezza sociale di questi ragazzi.

Mi domando quanto interessa il loro benessere gli inutili discorsi populisti e la riproposizione di centri come i Cie.

Mi interrogo, inoltre, su cosa penseranno quei ragazzi non accompagnati dai familiari e provenienti da situazioni drammatiche dell’Africa subsahariana o del Corno d’Africa o del Medio Oriente o del Bangladesh o Pakistan e degli altri 80 Paesi del mondo sbarcati in Italia, che si ritrovano nei Cas, strutture tutt’altro che familiari, centri e non case, più simili a orfanatrofi.

Il Papa invita a guardare a loro come se guardassimo ai nostri ragazzi, ai nostri figli. Per loro invita a creare percorsi di protezione e cura, a non dimenticare il bisogno di spazi di gioco.

A questo proposito, desidero ricordare la particolare sensibilità di Francesco, il quale dopo la visita a Lampedusa, volle lasciare come segno concreto un contributo per costruire una ludoteca, pensando soprattutto ai ragazzi che sbarcavano e venivano accolti sull’isola.

Ancora: per i ragazzi e gli adolescenti il Papa invita a costruire percorsi di integrazione, “collaborazioni sempre più efficaci e incisive”, in altre parole una “simpatia” che aiuta a valorizzare le loro storie ed esperienze dentro un nuovo tessuto di vita sociale e culturale.

Il futuro del nostro Paese e della Chiesa in Italia passa anche dalla capacità di condivisione, di fraternità che riusciremo a ricreare attorno ai migranti, a partire dai più piccoli fra loro. La verità del nostro amore a Dio e al prossimo passa dalla capacità di amare questa “carne di Cristo”, che sono i nostri fratelli migranti.

Ogni chiusura tradisce la fede e indebolisce la democrazia.

Oggi ricordandoci, in particolare, il monito di Gesù, non a caso riportato da tutti gli evangelisti: “Chi avrà accolto anche uno solo di questi miei fratelli più piccoli, avrà accolto me”.

(*) direttore generale della Fondazione Migrantes

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