Gestione dei beni ecclesiastici: la Chiesa italiana punta sulla competenza

Sono 64.344 le chiese finora censite dalla Cei sulla quasi totalità delle diocesi (217 su 226), escludendo al momento i luoghi di culto appartenenti a Istituti e Congregazioni religiose da inventariare stimati in altre migliaia, a cui si aggiungono un numero significativo di altri immobili. Ma come gestire queste proprietà, specie oggi con i costi di manutenzione sempre più pesanti, la tassazione sugli immobili, la crisi dell’edilizia, la scarsità di risorse che riguarda anche gli enti religiosi? Di questo si è discusso per tre giorni a Salerno, al convegno indetto dalla Cei sul tema “L’amministrazione dei beni immobili della Chiesa”. Presenti oltre 250 tra economi diocesani, amministratori ed esperti del settore

Le 64.344 chiese finora censite dalla Cei sulla quasi totalità delle diocesi (217 su 226), escludendo al momento i luoghi di culto appartenenti a Istituti e Congregazioni religiose da inventariare stimati in altre migliaia, è una cifra che parla da sola: in Italia, la Chiesa cattolica nel corso dei secoli ha rappresentato un catalizzatore di energie e risorse spirituali e materiali. Da sempre i fedeli guardano alla propria parrocchia, al vescovo diocesano, alle suore o al missionario che hanno nel cuore come a un riferimento sul quale riversare la propria fiducia e al quale, al caso, destinare dei beni in eredità. Così è avvenuto nei secoli, non solo con ricche donazioni monetarie che hanno permesso di erigere chiese e cattedrali bellissime, ma anche di accumulare ingenti patrimoni immobiliari. Diverse diocesi, specie del nord Italia, si ritrovano oggi ad amministrare un numero significativo di appartamenti, poderi, proprietà rustiche o urbane, che pie persone hanno voluto lasciare al proprio parroco come atto finale della propria vita e segno di un legame che va al di là della durata dell’ esistenza terrena. Ma come gestire queste proprietà, specie oggi con i costi di manutenzione sempre più pesanti, la tassazione sugli immobili, la crisi dell’edilizia, la scarsità di risorse che riguarda anche gli enti religiosi? Di questo si è discusso per tre giorni a Salerno, al convegno indetto dalla Cei sul tema “L’amministrazione dei beni immobili della Chiesa”. Erano presenti oltre 250 tra economi diocesani, amministratori ed esperti del settore, convocati per fare il punto sui diversi aspetti di questa complessa materia che chiede agli uomini di Chiesa, oltre che confermarsi teologi e pastori, di divenire anche dei buoni “gestori”. Perché – hanno detto sia il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, sia il sottosegretario monsignor Giuseppe Baturi – da una parte il clero deve fare un salto di qualità anche nel campo amministrativo, cercando di formarsi in maniera adeguata, e dall’altra deve anche crescere il senso di corresponsabilità dei fedeli, chiamati nei vari organismi pastorali e gestionali a farsi carico del destino economico e finanziario delle proprie comunità.

La crescente complessità giuridico-amministrativa. Il convegno di Salerno ha segnato la presa d’atto che i tempi attuali sono complessi, sotto il profilo finanzario e giuridico-amministrativo, per tutti, Chiesa compresa; anzi, per quest’ultima sono forse ancora più difficili da gestire in quanto chiamata a creare al proprio interno delle figure qualificate in grado di rispondere alle esigenze del momento. Gli interventi del nuovo direttore dell’Ufficio Cei per i beni culturali e l’edilizia di culto, don Valerio Pennasso, hanno mostrato la delicatezza dei rapporti tra le diocesi e le sovrintendenze ai beni culturali che lo Stato ha posto a vigilare sul ricchissimo patrimonio italiano, in buona parte da ascrivere alla Chiesa cattolica e alle sue articolazioni territoriali (diocesi e parrocchie). Non solo vescovi e parroci debbono garantire il servizio pastorale e spirituale, ma sempre più vengono interpellati da situazioni contingenti quali la trasformazione, abbandono, adattamento, cessione o demolizione di vecchi luoghi di culto dismessi, magari in luoghi remoti e con un depauperamento del patrimonio diocesano di proporzioni in qualche caso preoccupanti. Il numero di questi cambiamenti in Italia è per ora molto limitato, certamente inferiore a quanto avviene ad esempio in Paesi del nord Europa. Ma bisogna tenerne conto e – ha sottolineato don Pennasso – intraprendere ogni azione perché lo stesso patrimonio rimanga il più possibile intatto. Da qui l’esortazione dell’arcivescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni, perché soprattutto i giovani preti prendano a cuore anche gli aspetti amministrativi legati al loro ministero, e perché i parroci, pur nella valorizzazione dei fedeli laici, siano molto attenti a coloro ai quali affidano attività di consulenza amministrativa: il rischio di trovarsi alle prese con presunti “esperti”, se non addirittura dei veri e propri “truffatori” – ha ammonito – è dietro l’angolo.

I nuovi servizi messi in campo dalla Cei. I giuristi convocati al convegno (Venerando Marano, Giuseppe M. Cipolla, Carlo Acquaviva), insieme agli esperti assicurativi e del mercato immobiliare (Piero Fusco e Giovanni Raimondi) dal canto loro hanno approfondito aspetti particolari della gestione degli immobili e dei servizi tecnici connessi. Per quanto riguarda gli aspetti economici e informatici, Livio Gualerzi (responsabile Cei per la finanza e le iniziative speciali) e Giovanni Silvestri (responsabile del Servizio informatico Cei) hanno proposto considerazioni operative sui mercati finanziari e sui software sempre più specifici e “dedicati”, per gestire al meglio i patrimoni parrocchiali e diocesani. Tra i convegnisti di Salerno si è respirato il convincimento che oggi sempre di più è necessario un livello di qualità amministrativa elevato, oltre che di inventiva sul campo, come hanno mostrato – ad esempio – la cooperativa Oltre di Matera che in accordo con la diocesi ha promosso iniziative guidate per turisti alla scoperta di chiese e cripte antiche. Oppure, la diocesi di Bergamo col proprio “fondo immobiliare” dove sono confluiti beni immobili di una decina di soggetti ecclesiali. O la diocesi di Brescia, con la scelta di farsi affiancare da una società specializzata per amministrare un patrimonio immobiliare rilevante. La Chiesa italiana si orienta a divenire una fucina di competenze amministrative. Sono i tempi a richiederlo, e ignorare questa esigenza sarebbe una svista grave, se non irresponsabile.

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