I vescovi dell’Africa australe: Giubileo sia anno di conversione e impegno sociale

All’Anno Santo della Misericordia, di cui Papa Francesco ha voluto anticipare l’apertura ufficiale proprio nel continente africano, i vescovi e le istituzioni ecclesiali di Sudafrica, Swaziland e Botswana hanno dedicato una serie di lettere pastorali. L’invito comune per i fedeli è a tradurre in pratica l’appello contenuto nel motto “misericordiosi come il Padre”

Vivere il Giubileo della Misericordia nella vita di ogni giorno. È questo l’impegno sottolineato dalla Conferenza episcopale dell’Africa australe (Sacbc), che raggruppa le Chiese di Sudafrica, Swaziland e Botswana. All’Anno Santo della Misericordia, di cui Papa Francesco ha voluto anticipare l’apertura ufficiale proprio nel continente africano, i vescovi e le istituzioni ecclesiali di questi Paesi hanno dedicato una serie di lettere pastorali. L’invito comune per i fedeli è a tradurre in pratica l’appello contenuto nel motto “misericordiosi come il Padre”.

Rinnovamento spirituale. “Cosa significa davvero misericordia?” chiede ad esempio il vescovo di Bethlehem, nella provincia sudafricana di Free State, monsignor Jan De Groef. E prosegue: “Dovrebbe essere più che qualche elemosina, qualche atto di carità verso un mendicante, anche se tutto questo dovrebbe esserne parte”. In generale, sostiene, il Giubileo dovrebbe essere “un tempo di rinnovamento per ognuno di noi, membri dell’unica famiglia di Dio, la Chiesa, così che, rivolgendoci particolarmente a quei fratelli e sorelle che si sono allontanati, possiamo diventare missionari della misericordia di Dio nel mondo di oggi”. L’Anno Santo, dunque, è anche “una chiamata alla conversione continua – quel viaggio interiore dai nostri sensi alla nostra mente e al cuore, che sfocia in un cambio radicale di comportamento, di stile di vita e delle scelte che facciamo nella nostra vita d’ogni giorno”, come scrive da parte sua monsignor Vincent Mduduzi Zungu, rivolgendosi ai fedeli della diocesi di Port Elizabeth, nell’est del Sudafrica. Di qui anche l’enfasi data da molti dei presuli al significato del sacramento della Riconciliazione, che i cattolici dell’Africa australe sono invitati a riscoprire e a “celebrare” – come scrive ancora mons. De Groef – come “un incontro gioioso col Signore, pieno di misericordia e compassione, in maniera regolare durante tutto l’anno”. “Una volta purificati da questo sacramento di misericordia – è invece l’invito del vescovo di Oudtshoorn, Francisco de Gouveia – usciamo dalla Porta Santa, rinnovati e fortificati dalla grazia. Torniamo a casa con canti di gioia, con la ferma risoluzione di trasformare la nostra parrocchia, la nostra abitazione e le nostre strade in oasi di misericordia”, conclude poi il presule, riprendendo l’espressione utilizzata da Papa Francesco nella bolla d’indizione del Giubileo, Misericordiae Vultus.

Ricadute sociali. In un paese dove molte restano le questioni sociali aperte, però, ogni componente della Chiesa è invitata a fare la sua parte, organizzando iniziative specifiche che aiutino a vivere pienamente lo spirito della misericordia. “Cercate il modo di accogliere chi si sente escluso o ai margini della Chiesa”, è l’esortazione in questo senso dei responsabili del Jesuit Institute di Johannesburg, centro di studi e riflessione cattolico tra i più importanti del Paese. Nel loro invito ad essere missionari, i Gesuiti fanno cenno in particolare a due temi sensibili per il Paese. Il primo è “ridurre la distanza tra i ricchi e i poveri”: secondo i dati più recenti, infatti, tre quarti della ricchezza sono controllati da appena il 10% della popolazione e solo il 2,4% dal 50% più povero. “Come possono le nostre comunità parrocchiali usare risorse per aiutare i meno fortunati in modi nuovi e creativi, che mostrino l’amore misericordioso di Dio?”, è quindi la questione posta dal Jesuit Institute. Il secondo aspetto è quello dell’accoglienza concreta: “Facciamo delle nostre parrocchie dei luoghi d’asilo per chi lo domanda – chiedono i religiosi – non importa chi siano”: un cenno, questo, anche alla situazione di molti migranti e lavoratori stranieri, emarginati dal punto di vista sociale e spesso vittime, negli ultimi anni, di episodi anche violenti di xenofobia. L’impegno dei fedeli, sostiene dunque il documento dei Gesuiti, rilanciato anche dall’arcidiocesi di Città del Capo, dovrebbe essere quello di “chiedere perdono per l’esclusione”. Compito che, però, va intrapreso con uno spirito ben preciso, come chiarisce il vescovo José Luis Ponce De Leon: “Siamo grati per questa stagione di grazia e accogliamo l’amore misericordioso di Dio nelle nostre vite”, scrive infatti ai fedeli della sua diocesi di Manzini, in Swaziland.

Altri articoli in Chiesa

Chiesa